martedì 25 ottobre 2016

Carlo Rovelli un ateo di… spirito



“Sette brevi lezioni di fisica” di Carlo Rovelli – fisico teorico – si apre con una dichiarazione di laicità. Oggi non la trovi da nessuna parte. Forse nei pochi testi liberali, riproposti con la consapevolezza di forzare le porte della città proibita. Poco più di ottanta pagine sulla rivoluzione scientifica del XX secolo. Lettura che svela – alla greca – la “minaccia” del non-conosciuto (presumibilmente conoscibile o probabile). Ciò che non sappiamo del quale socraticamente dovremmo avere “coscienza” ha dimensioni galattiche. La verità come presenza di categoria concettuale – mi permetto di interpolare una frase del matematico Odifreddi – andrebbe classificata secondo una scala di perfezione che dal grado matematico – la verità più facilmente “riconoscibile” – porta a quello storico, ove nessuna proposizione sfugge alla regola dell’interpretazione. Qui il relativismo spadroneggia alla maniera di un borioso capitalista.
Sette capitoli più una premessa. Teoria della relatività generale di Einstein, meccanica quantistica di Planck, Einstein e Bohr, architettura del cosmo (causa turbamento il pensiero della sua complessità: altro che Madonna e san Giuseppe), particelle elementari, gravità quantistica a loop, calore e tempo. Per ultimi gli essere umani, osservatori interni soggetti alle leggi della natura. Convinti di testimoniare quell’unicità – perfino Nietzsche separava la persona dal corpo, sostenendo che fosse il secondo ad ammalarsi – che essi stessi rincorrono fin dall’età più remota. Un libro, edito da Adelphi, che ha avuto singolare successo. È la regola per gli italiani che fischiettano le canzoni di Sanremo nei giorni del Festival dei fiori, e che ai bei tempi intonavano arie d’opera dopo una prima a Milano o a Venezia. Di tutto questo Carlo Rovelli sembra però perfettamente cosciente.
L’Italiano medio ha un rapporto singolare con la scienza. Esulta per le vittorie anche se non ne afferra il significato. Onori e oneri di una cultura che, qui da noi, ha privilegiato l’istruzione di tipo umanistico nel suo ristretto significato. Siamo posti nelle condizioni di conoscere “tutto” di Leopardi e dei romantici, poco di Galilei nulla di Majorana. La nazione si scalda per adottare mille scappatoie poetiche, sforna un arcobaleno di retoriche. A diciotto anni – prima di incappare nella sentenza di Benedetto Croce – abbiamo già scritto orribili poesie, non siano sufficientemente attratti dal linguaggio musicale, sappiamo pressoché nulla di matematica. Siamo belli e pronti per vestire da noiosi borghesi che tromboneggiano sulle “bellezze” del creato, la “saggezza” degli antichi, le meraviglie visibili e “invisibili” dei luoghi. Non creiamo, semplicemente ci adattiamo. Rovelli si augura (non promette) «occhi nuovi per vedere il mondo».
Crediamo nel potenziale “rivoluzionario” della Divina Commedia (con relative appendici “esoteriche”) nulla sappiamo circa gli articoli di Einstein pubblicati nel 1905. Ci hanno detto che la bellezza va contemplata e onorata (anche in sua assenza), non creata attraverso linguaggi nuovi, finanche incomprensibili come la meccanica quantistica. C’è chi ordina di rimestare il brodo di stagione, abbassiamo la testa come siciliani ammaestrati. Il mondo è fatto di «avvenimenti» e «relazioni» che svalutano le smanie classificatorie. Utilizziamo il “microscopio” per scomporre la più sciocca delle poesie ove Dio o chi per lui è protagonista nella sua assenza. Chi ci dice qualcosa su materia, energia e relativi legami? E sulle particelle che compongono lo spazio totalizzante? Imperativo: obbedire alle regole della conservazione. Il buon cittadino manda a memoria pagine su pagine, crede che l’atto del conoscere – la verità come svelamento: la maledetta apocalissi – sia traguardo e non mezzo. Majorana, aveva il massimo dei voti in greco e latino. Una “comune” introduzione alle altre discipline, per lui. Chi genio non è dovrebbe essere spinto alla conquista di nuovi saperi.
Filosofeggiamo sulle radici “pagane” dell’Europa – ci specchiamo nei ragionamenti altrui – ma il nostro impegno si ferma al riordino di certa rigatteria tradizionalista. Sia detto col dovuto rispetto, quella dell’origine – l’origine negazione “logica” dell’evoluzione – è una vera e propria malattia. Dedico ai conservatori in spirito un pensiero di Prezzolini – conservatore ma di ben altra pasta – materia su cui riflettere. Vado a memoria: è vero che gli antichi cinesi avevano conoscenze avanzate in tema di astronomia, ma sulla luna ci sono andati gli americani. Catania 18 marzo, Rovelli – pur con la timidezza dell’ultimo arrivato – ha provato a spiegare al cardinale Gianfranco Ravasi – noto saggista – di cosa si occupa la scienza. Bisognava leggere tra una riga e l’altra, ovviamente. Ha stravinto l’incontro; la mia idea è che il suo avversario fosse una sorta di Renzi che parla di tutto per non dire niente. Il pubblico, abituato a frequentare le chiese, era di una mediocrità imbarazzante. Aggiungiamo che si trattava di siciliani – quelli della festa di s. Agata: la terza al mondo dicono i cacciatori di record – testimoni volutamente impotenti di quotidiane stragi dell’intelligenza.
La tolleranza non fa parte del bagaglio di una chiesa che scopiazza dalla cultura laica – Ravasi avrà già in mente una mezza dozzina di proposizioni di verso opposto – ma un limite ce l’ha. Il tentativo dell’animale da corsa che chiede il dialogo per veder “legittimate” posizioni faticosamente sostenibili o propriamente offensive. Nel postmoderno mondo delle “verità” è più che possibile. La chiesa ha perso così tanto terreno da dover bussare alla porta dei “senza Dio”, alla ricerca di un pezzettino di cronaca. È inclusivista. Il suo motto è “l’avevamo già detto”, un “si può fare” da dottor Frankenstein che puzza di strategia tentacolare. Per me l’iniziativa del “Cortile dei Gentili” su ispirazione di Ratzinger oggi papa emerito – il cortile è una parte del tempio di Gerusalemme ove tutti avevano accesso – va in questa direzione. Poi, ovviamente la “tradizione” – altrimenti detta abitudine – fa il resto. Il virus dell’origine si attacca agli organi e produce danni irreversibili. Cosa è accaduto in quel lasso di tempo che dall’ora zero ha condotto al primo nanosecondo di “vita”? È stato uno dei temi affrontati nel dibattito tra il “cervello in fuga” e il presidente del Pontificio consiglio della cultura, poi anche biblista, teologo e sa lui cos’altro. Moderatore il giornalista Rai Fabio Zavattaro. Nella chiesa di San Nicolò l’Arena (provate ad attraversare il quartiere Antico Corso ad ora tarda e avrete da dire la vostra) invasa da curiosi e baciapile. In minoranza, ad essere “lombrosiani”, volterriani e uomini di scienza.
L’università c’è, ci sta. È giusto che ci stia. Il rettore Giacomo Pignataro che ha il pregio della garbatezza lo afferma nel momento introduttivo. Ma l’università non è tutta qui. Setta con regole e consuetudini gelosamente custodite. Luogo “aperto” che vive la condizione di una Penelope che fa e disfa a seconda delle convenienze. L’università è spazio di confronto, un pericolo per le dittature diceva Umberto Eco. Ma un apparato di potere temibile quanto la cattiva politica. Temi generali la luce – dialogo tra credenti e non credenti – e un versetto del libro di Giobbe (35,5). “Contempla il cielo e osserva”. Luce come oggetto e principio che richiama un elenco straordinariamente vasto di azioni. Dalla creazione all’estinzione. Protagonista di visioni laiche e spirituali. Ogni cosa e il suo contrario, roba per poeti e biblisti. Ovviamente per scienziati.
Rovelli cos’è la luce? «Mi sento fuori casa e imbarazzato. Questo non è il mio mondo. Ho accettato per vanità e curiosità». Prima grande questione: «in Italia dirsi ateo non è facile». Ci prova leggendo un testo nel quale rivendica la responsabilità delle proprie scelte, prive di necessità di piacere a Dio e a chi lo rappresenta. Ravasi ha la citazione pronta. Al centro della scena: a destra il fisico marsigliese a sinistra il giornalista. Luce come metafora del nostro legame con l’esterno, dice Rovelli. «Luce è una candela», tirata fuori da un sacchetto e accesa. Un’esperienza chimico-fisica. «Le molecole si agitano, una ragnatela di linee si attacca ai nostri occhi. Milioni di anni di evoluzione hanno permesso che questi lanciassero dei segnali al cervello». Ravasi s’atteggia ad analizzatore: è più del suo mestiere. «La luce è una grande categoria teologica». Attacca con termini e significati tratti da testi e tradizioni delle più note religioni al mondo. Dall’ebraismo al cristianesimo, dal buddismo, all’induismo, transitando per i culti dell’antico Egitto. La luce è trascendenza e immanenza, intima percezione. La direzione non è solitaria. Esterno e interno. È l’assist giusto per lo scienziato. Per “batterlo” sul suo terreno.
Scalinata della chiesa, a pochi metri scritte da ultras (Acab, eccetera) e la “mattonella” prediletta dai devoti agatini per omaggiare boss e famiglie. Un liceo storico e il Dipartimento di scienze umanistiche. Tra il prima e il dopo una porta in ferro. Qualcuno si è divertito a giocare al tiro a segno. Libro e moschetto. Ravasi è un principe, se ne accorge pure Rovelli che si tiene quasi in disparte. La questione venne inquadrata da Woody Allen in “Deconstructing Harry” di quasi vent’anni fa, ultimo o penultimo dei grandi film. Cito a memoria: “Tra il papa e l’aria condizionata, scelgo l’aria condizionata”. Al siciliano tipo interessa l’omino che veste di bianco con ufficiali e sottufficiali in “divisa”. Ce ne siamo accorti da tempo.
La chiesa vince e – Ravasi o non Ravasi – porta a spasso l’ignoranza. Eppure: «Rovelli, a che punto è la fisica teorica in Italia?». «L’Italia è uno dei grandi paesi della fisica teorica, adesso è un po’ in sofferenza per mancanza di sostegno e spazio, ma resta ancora una culla della fisica teorica». Incredibile. «Cos’è venuto a fare?». «Parlo della mia visione del mondo. Assolutamente atea, molto diversa da quella della chiesa, dico del mio ateismo». «Trascendenza, spirito: niente da fare per uno scienziato?». «Parlo per me. Trascendenza no, penso che il mondo sia uno solo, è questo ed è molto complesso e ricco. Ma non ce n’è un altro. Spiritualità sì, se si intende la ricchezza della vita interiore penso che ne abbiamo tutti di spiritualità».
Il libro più famoso, quello che ha provato a far ragionare chi crede che la ricerca si fermi alle frazioni con la virgola, è proprio “Sette brevi lezioni di fisica”. Pare fossero tornati i tempi di Salman  Rushdie. A suo tempo tutti a parlare di “fatwa”, poi tutti esperti di fisica perfino chi crede che “Rio Bo” sia il sale dell’universo. «Il suo libro ha venduto tantissimo, ha sorpreso anche lei no?». «Assolutamente!». «Com’è nato?». «Per caso, non è stato un vero progetto. È nato con degli articoli, poi mi è stato chiesto di farli crescere. È diventato quello che è diventato un po’ da solo». «Ne sta preparando un altro?». «Per adesso no».
Nella città di Majorana, oggi. «Ha studi o esperienze particolari che riguardano lo scienziato catanese?». «No, sono affascinato dal personaggio, misterioso e splendido nelle cose che ha fatto, ma non ho ricordi. Mi piacerebbe anzi sapere di più di quello che sanno tutti». I complottisti in Sicilia valgono i consumatori di radicchio di Chioggia o del trevigiano. Specialità nostrana. A cominciare da Salvatore Giuliano, anzi dall’operazione “Husky”. Passando per qualunque fatto provochi l’usato fenomeno dell’emissione. “Sommario di decomposizione” per dirla con l’insonne Cioran. Null’altro che un deficit di personalità. «Lei ha una sua “teoria” sulla scomparsa di Majorana?». Lapidario: «nessuna!». Parte obbligatoria come un esercizio di ginnastica artistica. «È la prima volta in Sicilia?». «No, per carità! Adoro la Sicilia come tutti. Sono Veneto, sono un nordico, ma la Sicilia è una seconda anima, è difficile non amarla». «Lei non insegna in Italia». «In Francia! Ho provato a tornare e non ci sono riuscito. Ma sto benissimo in Francia e va bene così». Tre a zero a favore dei cugini.
Sul confronto c’è molto o poco da dire. A seconda dei punti di vista. Il nostro è quello di Rovelli, grossomodo. Ravasi è un italiano di buone scuole che la butta in filosofia come un pugile che lavorando ai fianchi spera di arrivare ai punti. Un bignami di citazioni in testa e quattro cinque lingue a corredo di un dico e non dico che da millenni tocca corde emotive. Un prete vecchio stampo che deve spiegarti com’è il mondo e raccontarti quello che c’è. Dall’“origine” fino a quando gli pare. A braccetto di una generosità sconosciuta agli uomini e alle loro azioni. Se in difficoltà pesca i jolly di Kant, Hume e Platone. Il cardinale è abituato ai riflettori, Rovelli serio “minimalista” no.
Che bisogno c’è di aggiungere qualcosa che sia «al di fuori?». Così conclude il sessantenne membro dell’“Institut universitaire de France”. Si chiama controllo delle coscienze, cioè potere, professore. Ravasi? Continua a filosofeggiare come un uomo del Cinquecento, sembra uno di quei manuali che introducono alla storia del pensiero. Tra una visione trascendente e una auto-producente non c’è separazione assoluta. Dunque, si può discutere. E sul buio? Cioè mancanza di luce? «Quante cosa non sappiamo? Ma ciò non deve spaventarci» Rovelli pare liberarsi dell’idea fondante. E il cardinale: «la religione è in primo luogo domanda. C’è tanto dentro di noi, ma tanto altro oltre il tetto della casa. La scienza è la scena del mondo, ma l’uomo utilizza altri canali che ne costituiscono il fondamento».
Un principe? Un re che difende la corona e non vuole abdicare. Rivoluzioni permettendo. Continua, siatene certi.


martedì 18 ottobre 2016

Ken Parker, un filosofo a fumetti. Marco Iacona intervista Giancarlo Berardi e Ivo Milazzo


La storia o forse sarebbe meglio dire la sociologia del fumetto rimane per chi scrive un autentico mistero. Anni fa, ma non troppi. Chi realizzava un fumetto (a proposito chi? si trattava ai “bei tempi” di gente completamente sconosciuta: pochi nomi, mancanza di curriculum) non godeva di status alcuno. Figlio di nessuno, “papà” di una manciata di miseri bastardini. I continui richiami alla fantasia erano tutt’altro che apprezzati dalle culture più o meno egemoniche. Da quella cattolica a quella di sinistra. Per non tacere della voglia di evadere o di esplorare realtà non ben definite. A meno che morali, contenuti ed esiti non fossero diciamo così di un certo “gusto”. A tal proposito, Umberto Eco non ha usato mezze misure. Saranno stati gli intellettuali – qui la parolona ci sta – sarà stata la diffusione di riviste altamente specializzate, sarà stato che in Italia ciò che in un decennio è metallo di bassa lega nel successivo si trasforma in platino (o viceversa), ma quasi in fretta e furia tutto è cambiato.
Davanti a me – ordine rigorosamente alfabetico – Giancarlo Berardi e Ivo Milazzo, l’occasione è la sesta edizione di “Etna Comics, festival internazionale del fumetto e della cultura pop”. Il primo, grande autore di fumetti, ma anche orgogliosamente musicista e super-esperto di romanzi polizieschi. Due le serie alle quali è legato più delle altre. “Ken Parker” in coppia con Milazzo (creazione nel 1974, uscita nel 1977) il cui protagonista è tale e quale il Robert Redford di “Corvo rosso non avrai il mio scalpo”, film di Sidney Pollack, sceneggiato tra gli altri da John Milius. E “Julia” criminologa dall’identikit a dir poco impegnativo: una Audrey Hepburn ma meno sbarazzina, in edicola più di vent’anni dopo. Nel terzo millennio, “Ken Parker” è quasi un oggetto di culto. Le complicate vicende editoriali – una serie di case editrici tra cui “Parker editore” e di ristampe – ma soprattutto umane e psicologiche dello stesso protagonista, guida e cacciatore, contribuiscono a renderla una serie pressoché unica nella storia del fumetto. Un restringersi dei tempi della storia, un’ininterrotta richiesta di attenzione. Una prova selettiva, per chi legge. Le citazioni di personaggi veri e inventati che arricchiscono il fascino degli albi. E quel finale “oscuro” che non ha mai smesso di incuriosire lettori e appassionati di saghe western. Dici Ken Parker e non parli solo di fumetto o “letteratura disegnata”. Giulio Cuccolini, critico e saggista: «C’è più riflessione filosofica in “Ken Parker” che in tanta spazzatura accademica circolante nelle università italiane».
Berardi ha modi signorili, parla con pacatezza quasi inglese (ha scritto una versione a fumetti di Sherlock Holmes) ha esperienza da vendere e molte cose da raccontare. Milazzo è un artista di sicuro carisma. Piemontese cresciuto professionalmente in Liguria nello studio “Bierrecì”. Disegna inizialmente il “mondo paperopolese”, poi lavora per la casa editrice Sansoni quindi approda alla Bonelli, allora Cepim. Crea personaggi – Ken Parker su tutti, ovviamente – e si occupa anche di arte sacra, di Garibaldi su commissione della Farnesina per il bicentenario della nascita dell’eroe, e illustra su testi di Fabrizio Calzia un volume dedicato a Fabrizio De André. Si dice certo del ruolo giocato dai “fumettari” all’interno della cultura italiana. Non una tipica intervista doppia la mia, ma domande appropriate con qualche necessaria “ripetizione”.

Maestro Berardi, se posso chiedere: quanto anni di carriera hai?
Quarantacinque.

Maestro Milazzo, anche tu hai un bel po’ di anni di carriera…
Ho iniziato nel 1971.

Berardi, per i miei amici “Ken Parker” è un fumetto diverso dagli altri. Anch’io la penso così. Naturalmente puoi dire “qualcosa” in proposito…
Ken Parker semplicemente ha attualizzato le storie. Cioè racconta la sua epoca. Un’epoca in cui i protagonisti erano pochi e tutti noi eravamo dei testimoni di ciò che avveniva o si decideva nelle alte sfere politiche ed economiche. Il mio personaggio è diventato un testimone che ha cercato dentro se stesso questi valori che non trovava più nella società, nelle leggi, nella politica.

Milazzo, tu somigli un po’ a Ken Parker, nel disegnarlo ti sei ispirato anche a te stesso?
All’inizio era solo Robert Redford, poi come necessità di disegno spesso si guarda a se stessi. Forse il mascellone un po’ ce l’ho anch’io, ma io ho i baffi in più… Sì me l’hanno detto in molti che somiglio a Ken Parker. E mi hanno anche chiesto se ho preso da me stesso. Chi fa questo mestiere è un po’ narcisista, no? Ripeto, forse è la necessità di realizzazione che ci porta a guardare noi stessi attraverso la specchio.

E della sua “scomparsa” cosa vuoi dirmi?
Vorrei dire innanzitutto di essere positivi. Nel senso che se uno conosce il personaggio sa che è un fumetto con una ferrea cronologia. Noi abbiamo lasciato nel ’98 Ken Parker sulla tomba di Ishi ed eravamo nel 1916. Questa storia si svolge nel 1908. Molti dicono: è morto! Noi non l’abbiamo lasciato con gli occhi chiusi, l’abbiamo lasciato ferito con gli occhi aperti. Bisogna vedere se daremo sequenzialità a questo personaggio – cioè io personalmente – o lo faranno altri come è avvenuto per altri personaggi ancora. Ho desiderio di fare cose nuove, come da qualche anno mi è capitato con Ettore Scola, con questo “Drago a forma di nuvola”, un film che lui non aveva realizzato dieci anni fa. Sto per approcciarmi alla seconda sceneggiatura che era rimasta nel cassetto. Questo è quello che mi aspetto dal futuro: nuove emozioni, nuovi incontri, senza perdere di vista le amicizie e ciò che, in qualche modo, mi ha aiutato ad essere me stesso.

Berardi per me rimane una questione fondamentale. In tutto questo tempo com’è cambiata la professionalità dell’autore di fumetti?
È cambiata molto, oggi ci si rende più conto di quella che è una professionalità ben precisa. Quando ho cominciato eravamo tutti degli amateur. I fumetti non si firmavano, gli editori non amavano neanche vedere le firme in copertina che venivano cancellate o spostate. Era un periodo pioneristico. Pian piano però ci siamo resi conto di quelle che erano le nostre possibilità e dunque l’influenza che potevamo avere sul pubblico, ma anche la critica e il pubblico stesso hanno cominciato a decretare un successo che era soprattutto di qualità. Quindi il fumetto è diventato letteratura disegnata.

C’è un periodo decisivo oppure un episodio, insomma un qualcosa per cui da quel momento in poi, a tua memoria, le professionalità sono cambiate?
Non ti saprei dire. Sicuramente è stato progressivo. Io però ho iniziato con le idee già molto chiare. Se tu leggi il primo numero di Ken Parker e la lettera di introduzione che ho scritto io, lì c’èra già un programma che in realtà seguo ancora oggi. Però, sai, io venivo dall’università, da un corso di studi, avevo probabilmente una consapevolezza maggiore di altri miei colleghi.

Milazzo, com’è cambiata invece la professionalità del disegnatore?
Le professioni cambiano a seconda dei tempi e delle nuove tecnologie. Ed anche degli imprenditori che investono. Adesso c’è meno professionalità da parte chi imprende, c’è più improvvisazione. Spesso sono i grandi imprenditori ad affidarsi a editor e a manager che magari hanno studiato ma che devono gestire soldi altrui. Sergio Bonelli gestiva i suoi e decideva come voleva, su quello che doveva mantenere, su quello che non doveva mantenere, sulle cose su cui investire, eccetera. Questi grandi editori hanno bisogno di un ritorno economico dei loro investimenti. Purtroppo il mondo editoriale richiede un tempo di produzione che non è quello dei sei mesi. Per fare un volume a fumetti occorre un tempo che va da uno a due anni, forse anche più, non parliamo poi delle serie che richiedono tempi ancora più lunghi perché è cambiato il lettore ed è anche cambiato il tipo di serialità possibile. Un tempo si usciva una volta al mese, oggi è molto difficile tanto è vero che gli autori francesi spesso fanno un volume di quarantasei pagine all’anno. Chiaramente nessun autore può fare cento pagine al mese, può farlo una volta e basta…

Insomma…
Insomma, questo mestiere richiede tempo; tempo per la documentazione perché il pubblico è molto più cosciente di quello di una volta che aveva bisogno solo di far galoppare la fantasia. Oggi è importante raccontare cose che producano emozioni, che offrano occasioni di conoscenza anche per chi ha meno possibilità.

Berardi credo che nei Sessanta, non per colpa tua, saresti stato definito un “semplice” artigiano. Vorrei sapere se già in quel periodo ti rendevi conto che prima o poi un riconoscimento di tipo diverso sarebbe arrivato…
Sono un artigiano tutt’ora. Ed è sicuramente la chiave di lettura del mio lavoro. Io non mi considero un artista, saranno gli altri semmai a deciderlo. Per quanto mi riguarda lavoro ancora coi ferri del mestiere, come un artigiano. Nel Sessantotto io c’ero. Sono uno di quelli che era per strada, ho preso le botte e un po’ le ho date, a Genova. Ne ho più prese però che date. E questo sicuramente mi ha aiutato ad avere idee più chiare. Mi ha aiutato a capire che volevo avere un ruolo nella vita, nel mio Paese, nella mia città. Dopodiché ho capito che piuttosto che andare in piazza con dei cartelli molto piccoli e dei bastoni molto grossi, era meglio stare a casa a leggere e a scrivere qualcosa che potesse arrivare non a dieci persone, ma a diecimila, centomila, duecentomila. Così è stato. Ho la fortuna di avere tanti lettori in tutto il mondo. “Ken Parker” è stato editato in sedici Paesi diversi, anche “Julia” ha una grande diffusione e tutt’ora continuo a raccontare le mie storie. Continuo a trovare gente come qui a Catania, città straordinariamente affettuosa, che mi accoglie con la simpatia e il sorriso del sud.

Milazzo, una volta quasi ci si vergognava ad essere lettore di fumetti. Ci si nascondeva dagli adulti, adesso è tutto diverso…
Anche gli adulti si nascondevano! Si sono nascosti fino a che “Repubblica” non ha fatto la collana sui fumetti. In quel momento improvvisamente anche l’adulto era orgoglioso di esporre il fumetto comprato insieme a “Repubblica”. Era come se ci fosse stato uno sdoganamento da un punto di vista mediatico. Era difficile, tanti anni fa, sorprendere un direttore di banca con un “Topolino” o un “Tex” in primo piano. Come se si trattasse di riviste porno.

Qual era il problema?
Un problema a livello culturale. Dipendeva dall’intellighenzia italiana che reputava il fumetto un sottoprodotto, fatto per persone poco colte o per bambini. In realtà il fumetto è come il cinema un mezzo di comunicazione. La bontà dei contenuti dipende dagli autori, non dipende dal mezzo. Tutto dipende dalla provincialità italiana. Si crede che se qualche cosa viene dall’estero è sicuramente un prodotto alto, se lo produciamo noi è un prodotto basso. Una scarsa considerazione che si ripercuote ancora oggi a livello politico, sociale, imprenditoriale e quant’altro. L’Italia ha il grande dono della creatività, mentre spesso si scambia la creatività con l’imprenditorialità e con l’industrializzazione. Tutte cose onorabili, ma creatività è quello che ti permette di realizzare cose nuove, di portare cultura. L’industria spesso – specialmente quella del dopoguerra – ha prodotto cose inadeguate che hanno rovinato interi paesi e intere location bellissime. Ho in mente Taranto, Conegliano, tante zone che sono state danneggiate dalla produzione dell’acciaio per le macchine, che andava benissimo ma forse noi eravamo destinati ad altro…

Berardi, in queste ore è morto Cassius Clay. C’è nel fumetto un Clay cioè un personaggio più grande di tutti? E se c’è cos’ha fatto per poterlo diventare?
Per molti anni la boxe è stato il mio sport preferito. Spesso l’ho portata nel fumetto. C’è un episodio di Ken Parker per esempio con lui boxeur. È uno sport che amavo, ne amavo la velocità, l’eleganza, lo stile, non la violenza. Clay o Muhammad Ali era il simbolo anche di una rivolta di una minoranza che voleva uno spazio, voleva avere una voce, non voleva essere sfruttata dai gangster che in America spesso stanno dietro ai combattimenti. È stato un simbolo importante, lui come i Beatles che hanno cambiato letteralmente un’epoca. Quindi oggi sono un po’ triste, ma gli sono anche grato e gli mando tutto il mio affetto…

Cosa dici riguardo al personaggio? Un personaggio o anche se vuoi un autore o un disegnatore che hanno cambiato il modo di approcciarsi al fumetto…
Sarò immodesto ma credo che Ken Parker sia quel personaggio. Insieme ad altri come Corto Maltese per esempio, ha dato sicuramente una svolta non solo al fumetto ma anche al modo di raccontare. Ken Parker ha eliminato le didascalie, ha eliminato i pensieri, ha creato una narrazione di tipo oggettivo anche molto vicina al cinema. Sono tutte cose che quarant’anni fa sembravano trascurabili, oggi sono state riprese, copiate. Hanno ispirato tanti autori. Insomma mi trovo papà di tanti giovani autori. E mi fa molto piacere.

Milazzo, esiste un’anima italiana nel fumetto o forse, come si diceva una volta, il fumetto italiano è solo un prodotto americano di esportazione…
No, io vedo come gli autori italiani magari pur facendo riferimento a stili giunti dalla Francia o dall’America, abbiano tutt’oggi la capacità di saper interpretare in maniera personale quello stile. Aggiungendo qualcosa di proprio, trasformandolo addirittura. Il fumetto italiano è forse uno dei migliori del mondo avendo ben presente che anche chi arriva dall’estero ha proprie capacità realizzative, però un italiano ha quella creatività che lo rende unico.

Se volessi fare il nome di un “creativo” italiano? Anche del passato…
Penso che Gino D’Antonio, Renzo Calegari, Ferdinando Tacconi, siano stati dei grandissimi autori. Senza dimenticare Sergio Toppi e Dino Battaglia. I nomi sono tanti. Spesso il mercato non gli ha offerto la possibilità di essere quello che erano. Senza dimenticare Andrea Pazienza che forse aveva bisogno di più tempo per esprimere qualità che non erano legate solo alla sua generazione…

Berardi, chi sono i tuoi maestri?
I miei maestri vengono fondamentalmente dal cinema, perché io a quattro anni frequentavo già le sale. Mi portavano i miei genitori, avevo uno zio che faceva il proiezionista quindi entravo al cinema gratis, il che per un genovese non è una cosa da sottovalutare… Dopo ho scoperto i fumetti perché i fumetti erano il cinema fatto in casa, quindi mi permettevano di fantasticare senza muovermi. Poi naturalmente è venuta la letteratura, sono venuti i grandi classici americani, Hemingway, Hammett, Raymond Chandler. Tutti, li conosco tutti. E contemporaneamente ho cominciato ad apprezzare John Ford, Howard Hawks, Akira Kurosawa. Io vengo da lì, il mio stile è stato mutuato da migliaia e migliaia di visioni. Praticamente ogni giorno sono andato al cinema, per tantissimi anni. Adesso non vado più tanto spesso, ma ogni sera vedo un film con un dvd o ripasso qualche altra trasmissione. Il cinema insomma mi ha influenzato moltissimo.


mercoledì 12 ottobre 2016

Non sono un pensatore e gli intellettuali sono tutti morti (Marco Iacona intervista Massimo Fini)

La modernità di un antimoderno. Tutto il pensiero di un ribelle (Marsilio), é il nuovo libro di Fini formato da sei saggi scritti in periodi diversi. 


Chi sono i tuoi referenti culturali? Insomma quali sono le tue letture?
Lettura fondamentale è quella di Nietzsche.

C’hai scritto anche un libro…
Sì, però in questa raccolta non c’è. Di Nietzsche ho scritto una biografia dove il pensiero sta sullo sfondo. È una lettura che mi ha impegnato per trent’anni circa. Tenendo ben presente però quello che lo stesso Nietzsche dice: “non fa onore al suo maestro chi rimane sempre allievo”. Per cui poi me lo sono digerito a modo mio.

Invece gli autori autenticamente tradizionalisti o quelli che maneggiano un certo esoterismo proprio non li digerisci…
Non è che non li digerisca, è che c’è una notevole differenza. Quando ho scritto La ragione aveva torto? che è il primo di questi saggi ed è del 1985 mi hanno chiesto se avessi letto Evola e Guénon. All’epoca non li avevo letti, ma li ho letti dopo. Dicevo però che c’è una differenza di base. Nel senso che sia Evola che Guénon fanno riferimento a epoche non verificabili, “iperboree”, il mio approccio rimane in un certo senso illuminista, nel senso che io nel paragone tra società industriale e preindustriale faccio raffronti che si basano su dati. Il mio approccio resta tutto sommato illuminista anche se contesta gli esiti dell’illuminismo in modo radicale e mantiene dell’illuminismo solo due cose che sono proprio quelle sparite.

Sentiamo…
L’esercizio del dubbio sistematico e il dubbio si esercita innanzitutto su se stessi. Infatti La ragione aveva torto? conserva il punto di domanda. L’altra è la famosa frase di Voltaire: non condivido le tue idee ma mi batterò fino alla morte perché tu possa esprimerle. E mi pare siano proprio le due cose sparite in Occidente. Occidente… parola già inquietante perché ricorda Eurasia ed Estasia, questi grandi agglomerati che sono in 1984 di Orwell. L’Occidente pensa che i suoi valori, la sua cultura, le sue istituzioni siano i migliori dei mondi possibili e vuole imporli al mondo intero. Direi quindi che si tratta di un totalitarismo che contrasta con una base di partenza di tipo illuminista. Un totalitarismo tanto più grave per due motivi. Perché viene da una cultura che si pretende liberale e che invece diventa totalitaria. Perché dimentica che la nostra società, la cultura alle nostre spalle, non è solo giudaico-cristiana ma greca. Che è molto più profonda e da cui avremo da re-imparare molte cose. Il senso del limite innanzitutto, che è quello che l’Occidente ha perso. Mentre i greci ce l’avevano, tanto è vero che sul frontespizio del tempio di Delfi c’è scritto: “niente di troppo”. I greci procedono su questa linea. L’hybris e il delirio di onnipotenza dell’uomo invece vanno incontro all’invidia degli dei, quindi si attirano l’inevitabile punizione. Ma c’è un’altra cosa che riguarda il totalitarismo e i greci. Essi sono i primi a riconoscere la dignità dell’altro da sé. Quando Erodoto parla dei Persiani li descrive come crudeli, barbari e tutto il resto, ma non si sognerebbe mai di appioppare alla cultura persiana la cultura greca. I persiani sono persiani e i greci greci. Ed è proprio quello che manca oggi, non c’è nessuno che riconosce la dignità dell’altro da sé. Possono esistere però culture diverse di pari dignità, ed è l’insegnamento di Lévi-Strauss che non è un estremista talebano ma un filosofo e antropologo francese. E io mi identifico abbastanza in questo.

La “modernità” nel titolo. Cos’è per te modernità? Un pensare di tipo moderno, dunque un metodo, nuove forme politiche o un sistema economico?
Tutte questa cose, facendo però delle distinzioni. Per esempio Bacone che è alle spalle della rivoluzione scientifica dice che l’uomo è ministro della natura e alla natura si comanda solo ubbidendo ad essa, mentre noi invece ci siamo spostati in un’area in cui pensiamo di poter dominare e stravolgere la natura in tutti i modi. Questo è uno dei problemi della modernità, proprio l’allontanamento progressivo dalla natura che è estremamente pericoloso, perché la natura ha elaborato le sue leggi in milioni di anni. Un Nobel fa una straordinaria invenzione ma non è in grado di conoscere le varianti che mette in circolazione. Poi c’è la parte politica e qui siamo alle solite, cioè il noto discorso per cui la democrazia è il migliore dei sistemi possibili e tutti gli altri vanno in qualche modo abbattuti. La frase di Churchill che col suo senso dell’humor dice che la democrazia è il peggiore di tutti i sistemi ad eccezione degli altri non è sostenibile perché in realtà la democrazia come scrivo in Sudditi è un modo sofisticato per fregare la gente, soprattutto la povera gente, col proprio consenso.

E il sistema economico? Si parla di capitalismo…
Il problema è la rivoluzione industriale. Anzi quella scientifica, con quella industriale e con una serie di rivoluzioni molto complesse e a mio avviso poco studiate. Ma la questione nasce prima con l’affermazione del mercante come classe sociale importante. A Firenze, nel piacentino, poi nelle Fiandre; da lì hanno inizio i grandi spostamenti, anche perché cambia la percezione del tempo che secondo me è una delle cose decisive. Cioè si passa da un tempo ciclico che è il tempo della natura, delle stagioni, a un tempo dinamico che guarda al futuro. È la grande distinzione tra società statiche e società dinamiche. La nostra è una società dinamica ma questo dinamismo contiene anche i germi del suo crollo. Una società che si basa su una crescita esponenziale che è un’idea matematica ma fuori natura prima o poi andrà a “sbattere”. Di questo credo siano consapevoli anche i padroni del vapore, solo che pensano che la cosa non sarà immediata e quindi drogano il cavallo già dopato pensando che farà ancora qualche passo, poi saranno tutti morti, defunti, e noi non potremo neanche impiccarli al più alto pennone.

Passiamo al complemento del titolo. Si può essere antimoderni solo a parole ovvero sui libri o ci sono prassi e stili di vita prettamente antimoderni?
Mah, uno stile di vita antimoderno in una società come questa significa la solitudine. Comunque è possibile solo all’interno di una cerchia familiare, esistenziale, da un punto di vista politico non può nulla.

Siamo destinati a vivere la modernità allora?
Dipende, prima o poi si arriverà a un collasso. Ma c’è anche una variante. Come dire, credo che l’Isis sia un movimento decisivo nei confronti della modernità.

Quindi l’estremismo islamico ci fa rimettere i piedi a terra?
In qualche modo sì. Del resto bisognava aspettarselo dopo che per quindici anni muovi guerra al mondo islamico. Prima l’Afghanistan, poi l’Iraq, poi la Somalia, quindi la Libia. A un certo punto è nato un movimento veramente pericoloso per l’Occidente...

Parliamo dell’America. Tu per chi fai il tifo? Per Hillary Clinton, per Donald Trump o verosimilmente per nessuno dei due?
Per nessuno dei due! Basti vedere antropologicamente chi sono i fan dell’uno e dell’altro per capire da chi siamo guidati. Una cosa che fa rizzare i capelli in testa. Detto questo, pistola alla tempia, se dovessi scegliere sceglierei Trump per due motivi. Perché è meno ipocrita della Clinton e perché se fosse coerente, cioè se effettivamente seguisse la linea repubblicana, i repubblicani storicamente sono stati isolazionisti, ce li toglieremmo dallo stomaco. Ma non credo che lo farà…

Invece in Italia? Andrai a votare per il referendum? Hai già deciso?
No! La mia “religione” me lo vieta. Ho scritto un libro che si intitola Sudditi. Manifesto contro la democrazia, non credo alla democrazia né rappresentativa né diretta di un mondo globalizzato.

Ma a prescindere dal tuo voto come vedi la situazione politica in Italia?
Adesso non si può più fare un discorso sull’Italia perché tutto oramai è integrato. L’Italia è una paese che non conta assolutamente nulla. Se dovessi ragionare in termini relativi gradirei un’Europa unita politicamente e a guida tedesca. L’unico uomo di stato in circolazione è Angela Merkel.

Diventeremo una sorta di colonia della Germania? Sarà la nostra fortuna?
L’Italia purtroppo più di ogni altro paese è colonia degli Stati Uniti. Abbiamo seguito gli americani in tutte le loro avventure. Pensa semplicemente al rapporto col mondo islamico: questi qui ce li abbiamo sull’uscio di casa quando non dentro. Gli americani ce li hanno a diecimila chilometri di distanza. Se vogliamo ragionare in questi termini, con i paesi arabo-musulmani, una politica intelligente l’aveva fatta Giulio Andreotti. Ed era un’epoca difficile perché l’alleanza con gli Stati Uniti allora era obbligata essendoci l’Unione Sovietica, oggi sarebbe molto meno difficile dato che l’Urss non esiste più. Non so. Basta vedere la guerra alla Libia voluta da francesi e americani andata totalmente contro i nostri interessi no? A parte che sono tutte guerre a stati sovrani rappresentati all’Onu che non hanno avuto la copertura dell’Onu, il quale va “su e giù”, insomma quando c’è c’è e quando non c’è si fa lo stesso. Ma sì, se dobbiamo essere servi di qualcuno preferirei esserlo dei tedeschi e non degli americani.

In Italia chi stimi come intellettuale? Ti confronti con qualcuno anche giornalmente o preferisci la solitudine?
Gli intellettuali che ho conosciuto sono morti. Pasolini per dirne uno.

Hai avuto rapporti intellettuali con lui…
Sì, un paio d’anni finché non è stato ammazzato. Gli altri sono intellettuali di nicchia come Ceronetti e molto anziani. Quella che è sparita però non solo in Italia ma nel mondo occidentale è una filosofia che orienti la politica. L’ultimo filosofo vero è stato Heidegger che era attivo negli anni trenta e che ha posto una delle questioni fondamentali della modernità che è il rapporto con la tecnica. Comunque a un livello molto meno alto c’è Galimberti che fa un discorso per una parte simile al mio però poi la conclusione è che dobbiamo arrenderci alla tecnologia. Ma questo non è certamente ciò che penso.

Che ricordo particolare hai di Pasolini? Tu l’hai conosciuto negli anni settanta…
La prima volta che l’ho conosciuto è stato ovviamente per un’intervista. Lui viveva in una casa all’Eur molto borghese. Io ero all’Europeo. Vorrei dire due cose: in genere l’intervistato stende il suo tappeto e la cosa finisce lì. Pasolini invece era uno molto interessato al suo interlocutore anche per questo è nata quella che non posso definire un’amicizia ma una buona conoscenza… Lui non aveva nulla all’apparenza dell’omosessuale ma a un certo punto, eravamo su questa terrazza, entra la madre e si trasforma, diventa tutto un “pucci pucci” “micio micio”, si infantilizza e lì capisci l’omosessualità. Poi nel pomeriggio è arrivato Ninetto Davoli e lì c’è un altro Pasolini. La sera mi portò in un quartiere di Roma allora molto malfamato che si chiamava il “Pigneto”, secondo me non si va in quei posti con un’Alfa Romeo se non per sfidare il pericolo. C’era insomma una qualche attrazione per la morte. È una sintesi ovviamente, potrei raccontarti altro...

A proposito di Pasolini e della sua morte, hai avuto rapporti anche con Oriana Fallaci no?
C’ho lavorato all’Europeo nel periodo 1972-79.

Secondo te merita questa fama di “bandiera” dell’Occidente? Lei era già un “tipino”…
Quando l’ho conosciuta io era antiamericana. Sì. Abbiamo avuto rapporti abbastanza stretti anche per un’autobiografia che le avevano chiesto e che non aveva voglia di fare e che chiese a me di fare. Comunque quando si girava per Firenze bisognava sempre nascondersi dietro una colonna, in un androne, in un palazzo perché era inseguita dagli agenti segreti americani. La sua era megalomania. Allora io sorridevo di questa megalomania considerandola innocente, ma forse tanto innocente non era e lo si è visto dopo. Comunque l’ho conosciuta in un buon periodo nel senso che stava con Panagulis, lui che era un “bon vivant” la trattava letteralmente a ceffoni e lei si chetava. Era l’unico modo di trattare l’Oriana. Così dava anche un limite al suo iper-ego. Morto Panagulis ha dilagato nella direzione che conosciamo.

Un intellettuale dei nostri giorni come Diego Fusaro pensi che dica qualcosa di interessante? In ogni caso ha un buon seguito…
Sì, seguito ne ha di sicuro. Ma bisogna aspettare un po’ perché è ancora molto giovane…

È un bravo compilatore di volumi, prende qua e là da vari filosofi, Marx, gli idealisti e poi dal suo maestro Costanzo Preve. Per il resto non saprei…
Te l’ho detto prima, i filosofi nel senso vero della parola non ci sono più. Il fatto stesso che io sia considerato un pensatore dice quanto siamo caduti in basso, insomma.

Beh, non buttarti giù. Le cose che scrivi hanno un loro peso, peraltro hai una tua originalità: il libro sul mullah Omar per esempio non penso avrebbe potuto scriverlo qualcun altro in Italia…
Ho il coraggio del coraggio [ride]. La mia forza, oltre che una buona qualità di struttura, è che dico con franchezza quello che penso. E non vuol dire ovviamente che sia giusto ma è quello che penso. Poi se ti riferisci al mullah Omar in realtà non è quello che penso; è una storia che è documentata, che fa a pezzi tutto il politically correct occidentale. A me serve il mullah Omar per raccontare la storia afghana degli ultimi venti anni. L’Afghanistan è il classico esempio di una cultura che non ne accetta un’altra no? I sovietici hanno fatto grandi distruzioni materiali in Afghanistan dopo dieci anni di guerra, ma non si sono sognati di imporre alla società afghana i valori comunisti, mentre noi abbiamo fatto grandi distruzioni materiali e nello stesso tempo siamo stati devastanti sul piano culturale. Abbiamo voluto imporre a questo mondo totalmente altro i nostri valori o pseudo-valori. Quando penso che oggi a Kabul ci sono programmi tipo X-Factor mi verrebbe voglia di prendere il kalashnikov.

Senti, dove scrivi adesso?
Sul Fatto, per le insistenze molto affettuose di Marco Travaglio.

È davvero uno dei migliori quotidiani che ci sono in Italia, tra i più coraggiosi, o è solo uno spazio e lì ti adatti?
Io ho lavorato in molti giornali. Per me il discrimine è di poter scrivere solo ciò che penso. Se questo c’è a me va bene, insomma.

lunedì 2 febbraio 2015

Vi dico cos’è la festa di sant’Agata. Intervista a un residente/resistente

D. Il 5 febbraio è sant’Agata, patrona di Catania. Cosa significa per te questa festa?
R. Nessuna importanza, disinteresse assoluto per la storiella di Agata e per tutto quello che ne deriva. Fenomeno religioso, manifestazione popolare, appello a qualsiasi forma di sacralità.

D. Cominciamo bene…
R. La festa di sant’Agata da un punto di vista strettamente religioso è il prezzo che la regione paga alle sue censurabili tradizioni. È la festa dell’occupante, spocchiosamente schierato contro la libertà di pensiero, sovente d’azione. Libertà della quale la maggioranza dei partecipanti sconosce presupposti storici ed esiti politici. Sant’Agata, come festa è quello che Catania merita. Città preda di smanie e umori. I “devoti” sono soldati inconsapevolmente schierati dalla parte del nemico. Vestono perfino una divisa. Dal punto di vista “popolare” la festa è la consegna delle chiavi della città alla massa delinquenziale. Come a dire: “qui comandiamo noi”. Sant’Agata è la festa della violenza. E non mi si venga a dire che manifestazioni di questo tipo rientrano nelle consuetudini di ogni comunità. Ne ho girato di luoghi, Catania è la città dei record negativi: sant’Agata compresa.

D. Tu cosa proporresti?
R. La cancellazione dello spettacolo. I propositi sono tutt’altro che segreti: cavalcare la credulità popolare e dare sfogo al penoso esibizionismo delle genti del sud. Per far ciò si dovrebbero estirpare le radici cristiane, o meglio quelle superstizioni fideistiche abbinate ad emozioni e bisogni, ignoranza e inefficienza. Peggio del tritolo. Cosa impossibile. Anche fare in modo che i “pendagli da forca” siano padroni della città per un paio di giorni è cosa impossibile. Catania è una città ad altissima percentuale di mascalzoni. Inestirpabili anche questi, almeno fino a quando non si avrà il coraggio di fare tabula rasa delle cosiddette tradizioni. E potrebbe non bastare.

D. Un esempio?
R. Prima tra tutte quell’orribile dialetto, veicolo oggi non solo di ignoranza e superstizione ma anche di sopraffazione. Il siciliano te lo senti addosso perennemente. Le madri siciliane sono le portatrici insane del virus della corruzione morale. Bisognerebbe abbattere monumenti che sono il simbolo di inquinamento emozionale. Ma sarebbe impossibile.

D. Insomma, ti divertirai il 5 febbraio…
R. Sono stato a casa quasi ogni anno. Come diceva quel tale, soffro particolarmente – la mia aspirazione alla logicità ne esce male – le differenze tra “idea e azione”- Le incompatibilità tra le immagini contenute nelle frasette recitate da preti e pretonzoli incasellati nelle “gerarchie” e la condotta della gran massa dei fedeli, capace di legnarti, colpirti con armi da fuoco o bruciarti vivo senza pensarci due volte. In realtà l’aiuto chiesto a sant’Agata vale come patente di inettitudine – ricordiamoci che questa città occupa perennemente gli ultimi posti delle classifiche in relazione alla vivibilità – ed è manifestazione di sudditanza e di attitudine alla subordinazione. E in questi luoghi, ove la mafia spadroneggia, la mancanza di libertà è regola fissa. Libertà dalle tradizioni, dagli “insegnamenti” di genitori e progenitori e dai loro “valori”. Una sorta di approccio psicanalitico alla mafia vede nel ribellismo meridionale il riflesso dell’assurda relazione con chi ci ha preceduti. E significativamente ci limita.

D. Sangue marcio insomma…
R. Qui si entrerebbe in ambiti pericolosi. Ogni siciliano avrebbe bisogno di verità. Qualcuno dovrebbe raccontare qual è il peso reale della Sicilia nel complesso delle relazioni sociali. Discorso molto ampio. Il fatto che le prime due cariche della repubblica siano oggi impersonate da siciliani, potrebbe essere diversamente interpretato. In un periodo di profonda crisi morale e materiale è ovvio che i siciliani tornino a galla. Vedrai che da qui a qualche anno, quando certe posizioni saranno chiare, si comincerà a dire che questi siciliani hanno tradito la Sicilia. Ecco: da anni si va avanti così, siciliani che prendono per i fondelli altri siciliani. Ed è già un successo: almeno uomini non spareranno su altri uomini. Ma nessun siciliano ha mai “tradito”: i siciliani sono semplicemente ineducati alla presenza dell’altro. Vivono le relazioni come filtrate da un complesso di sudditanza. Sant’Agata è il trionfo del privato che si fa pubblico. Tutti a chiedere “favori “ e “miracoli”, il desiderio che nessun siciliano confesserà mai è l’eliminazione fisica dell’altro sé. Un rituale officiato giorno per giorno. Per fortuna sant’Agata non esiste sennò supererebbe per ferocia Hitler e Stalin.

D. In ultimo: la cultura ci salverà?
R. Ovviamente no. La cultura in Sicilia è una somma di inutili cartoline con inutili ruderi. Siamo così bravi a prenderci per i fondelli, che a furia di dirci colti, l’abbiamo data a bere agli altri. La cultura al sud non esiste. L’unica che conti davvero, quella della tolleranza e della convivenza è orgogliosamente assente. Di bellezza (estendo la tua domanda) non se ne vede granché. Malgrado ogni scribacchino almeno una volta nella vita abbia decantato le doti di Sicilia e siciliani. Un tizio (non ricordo il nome, ma non era importante) diceva di commuoversi vedendo le coppiette siciliane sedute sugli scaloni di una chiesa. Se avesse visitato altri luoghi, di coppiette e di scaloni ne avrebbe visti come paglia in un covile.

D. Abbasso sant’Agata allora?
R. Viva lo stato laico. Conquista preziosissima. Viva la modernità. Rifiuto categoricamente, da cittadino residente di far mia la formuletta: Catania uguale sant’Agata. La trovo vergognosa e offensiva. Preferirei: Catania uguale scienza o creatività, piuttosto. “Sogno soave e casto”, a quanto pare.



martedì 28 ottobre 2014

Una destra a pois (Marco Iacona intervistato da Antonio Pesce)

D. Perché, come sostiene, il "fascismo" è una gran rottura di palle?
R. È un termine di paragone continuo, un omaggio all’irrazionalità – all’immaginazione, al nostro lato “artistico” – e io sono molto razionale. Per me l’omaggio al fascismo vale come: ma quanto erano bravi i Gracchi e che gran partito era quello radicale! La storia non concede mai il bis. Nemmeno ciò che è accaduto un’ora fa e che verrà raccontato tra mezzo secolo. Guardare al passato significa mordere il freno, ha un valore esclusivamente polemico o ideologico, non pratico. D’altra parte quello storico è sempre un giudizio sintetico. E il giudizio sintetico sul fascismo non può non essere uno: una dittatura nella quale le libertà politiche vennero affossate. Il fascismo è un pezzo da museo: quando vai agli Uffizi non ti interroghi sulla biografia dell’autore di un dipinto – magari lo farai in un secondo momento, a casa tua davanti al computer e con carta e matita – osservi e basta. Ecco: fare ricerca storica è una cosa, l’approccio emotivo un’altra. Andare per musei stanca la vista; e poi come in Provaci ancora Sam, dentro trovi anche chi si vorrebbe suicidare.


D. Il fascismo non ebbe meriti? Dove lo mettiamo lo stato sociale?
R. Il fascismo ebbe certamente dei meriti. Senza voler ritornare sulle discussioni di qualche tempo fa, quelle su: “Mussolini fece anche cose buone”, meravigliosamente chiuse da Roberto Benigni con qualcosa del tipo “Bé sì, magari fece costruire una strada” o se incontrava una vecchietta  salutava per primo. Un merito è quello di aver fatto l’Italia. Prima del fascismo e di ciò che ne fu la scaturigine cioè la grande guerra l’Italia praticamente non esisteva. Mussolini completò la costruzione della nazione e fece a suo modo gli italiani. Però come avrebbe detto Gianfranco Fini ai bei tempi (quando litigava in tivù con Luciano Lama): non è che l’abbia fatta molto bene. L’Italia era un paese addormentato, irreggimentato ma violento. Poi ci furono le guerre e lo “scherzo” della seconda guerra mondiale. Alla fine dovette riprendere da dove aveva lasciato e fu tutto più complicato. Credo però che la questione fascismo sì / fascismo no, sia più emotiva che storica (non dico scientifica). Ma il paradosso è anche questo: noi abbiamo del fascismo un’idea articolata, ideologica, ma basata su dati storici (e non poteva essere altrimenti). Noi del meridione, eterni conservatori e qualcos’altro, pensiamo che in fondo ci sia andata bene e che il periodo peggiore sia stato quello dell’“invasione” degli angloamericani. Al nord la pensano in maniera opposta. Lì c’è stata la resistenza. Qui la resistenza, mutatis mutandis, l’hanno fatta i “non si parte” del ragusano. Non per niente nel 1954 i libri sulla “rivolta” meridionale si leggevano come quelli di Guénon e di Evola.        


D. Lei però è conosciuto come studioso di Evola, di cui ha curato anche delle opere...
R. Evola è un personaggio sul quale tra un secolo esatto si continueranno a dire le stesse cose. Cioè tutto e nulla. Si rende conto che ancora non abbiamo capito che cosa fosse questo dannato “razzismo totalitario?”. Evola ti inganna perché il suo approccio è come dire pre-machiavelliano, pre-moderno. Per lui la politica non è arte del possibile, ma “ricerca” del nemico e incondizionata capacità di sognare. Di Evola ti affascina la facilità con la quale butta giù come una palla da bowling i grandi nomi della filosofia europea. Quelli che magari ti stavano un po’ antipatici.


D. Per esempio, quali?
R. Ricordo quello che scrisse Mircea Eliade: Nietzsche, Gentile e poi gli esistenzialisti. Tutti da superare o da bocciare. Anche Michelstaedter, il suo maestro, il maestro di Evola. Tutti fermi a metà strada. O in mala fede o retorici o fumosi (come Gentile). Per non parlare di quelli, come dire, ufficiali. Quelli che sono i padri della nostra parte di mondo, che si studiano a scuola e dai quali impari grossomodo a ragionare. Tutti uniti inconsapevolmente nel grande “complotto” mirato a far cadere l’Occidente nella rete del kali yuga. A parte il fatto che – come certo marxismo insegna – nessuno ha capito se la decadenza del mondo fosse inarrestabile o meno. Perché se lo era, inarrestabile, a che pro votarsi al fascismo? Anzi a un arrogante superfascismo? Ma so cosa Evola avrebbe risposto, o meglio cosa rispose ai suoi giudici nel 1951: “io non sono fascista o lo sono nella misura in cui il fascismo si rispecchiò nel pensiero dei grandi controrivoluzionari”. Falso naturalmente: rileggiamolo meglio. Evola da perfetto snob non si sporcava le mani. Ci si aspettava da lui una qualche assunzione di responsabilità, nevvero? Ma sarebbe stato troppo per il nostro Stanislao Moulinsky (ricorda i fumetti di Nick Carter?), falso barone spagnolo. Troppo per chi non fu fascista ma strinse amicizia con Preziosi e Farinacci, non fu repubblichino ma si adoperò eccome in semiclandestinità, non fu missino ma fu amico del principe Borghese (quello che si consegnò agli alleati), che scrisse la presentazione al suo libro del 1953. Insomma tutto un po’ complicato, tutto un po’ siciliano (i genitori di Evola erano di Cinisi).         


D. Dell’influenza di Evola sulla politica della ‘destra’ mi pare lei non abbia una buona opinione.
R. Quando leggi Evola pensi per riflesso condizionato che possa esistere un mondo alternativo. I buoni da un lato e i cattivi dall’altro. Da una parte quelli che vanno contro la tradizione, dall’altra quelli che si muovono al loro interno. Come dire? Evola ti semplifica la vita. Poi crescendo (crescendo), comprendi che le semplificazioni in politica sono delle dannazioni. Comprendi che i “nemici” (se ci sono) non vanno ghettizzati, perché anche tu sei un nemico, il loro “nemico”. E la legge è uguale per tutti, almeno in astratto. Comprendi soprattutto che in pochi anni Evola ha distrutto quello che in una manciata di secoli (circa) è stato costruito: parlo della cultura dei diritti. Cosa oppone Evola alla criticabilissima concezione moderna della politica, che poi sarebbe quella liberale? Razzismo, “differenzialismo”, elite spirituale (che non so cosa sia, e probabilmente manco lui sapeva cos’era). No, così non funziona. La tradizione, infine, se non una vera e propria invenzione come diceva Hobsbawm, è un articolo di fede (insomma: zuppa o pan bagnato?), o se vogliamo allontanarci da certo evolismo, come dicevo poc’anzi, lo studio approfondito di un’opera, di un lavoro o di qualunque fatto umano. E quali sono le tradizioni in Italia? cattolicesimo e rivalità cittadine. Non certo quella roba orientaleggiante di cui Evola parla nelle sue opere.


D. A pensarci bene, questa ‘India facile’, come la definiva un altro maledetto, Emil Cioran, è comune a molti pensatori, poi divenuti ‘maestri’ dei giovani destrorsi.
R. Già, il fascino dell’alternativo. Il rifiuto di noi stessi, la destra – non parlo del Msi – si è sempre sentita esule in patria, ma una patria dai confini incerti: colpa della grande rivoluzione. Quella che a sentire certi ragionamenti sarebbe causa di infinite aberrazioni. Naturalmente non credo a tutto, sennò darei ragione a Evola e agli evoliani: i buoni da una parte e i cattivi dall’altra. Ma per passare dalla montagna della dottrina alla pianura del quotidiano, chiuderei così: ha mai fatto caso – ben al di là dei venerati maestri – ai cosiddetti uomini della tradizione? Ho un blog dove pubblico i miei articoli: “Scandalizzare è un diritto” (è una frase pasoliniana – a proposito dell’India – e Pasolini che in India ci fu davvero parlava di “cancro castale”), nella home page in alto a destra sta scritto: «Venti? Trenta? Saranno trent’anni che leggo frasi del tipo: il complotto giudaico o giudaico massonico o plutocratico o vattelappesca ha per fine la creazione di un’umanità sfaldata, che non vive ma vegeta, priva di personalità. Di una massa di senza volto pronta a obbedire ai propri burattinai come una pecora al cane da pastore. Ecco: più che l’esito del complotto delle forze sovversive sembra il perfetto identikit del militante di destra». Con gente di questo tipo che ha una visione orgogliosamente e infantilmente “gerarchica” della vita e “militaresca” delle relazioni è impossibile averci a che fare. Anzi, come diceva Mussolini, riferendosi agli italiani: è del tutto inutile. Alcuni imitano gli imbonitori televisivi, altri vendono se stessi – mescolando “perle di saggezza” e sciocche citazioni – altri ancora infine si ispirano alle atmosfere dei vecchi saloon. Sono quasi tutti meridionali naturalmente e violenti. Su questo rifletterei.


D. Come vede l'orizzonte politico “non di sinistra”?
R. Lo vedrei bene se la destra facesse sul serio. Principio di realtà. Cultura dei diritti, rispetto della persona. Poca demagogia. Dal punto di vista dei valori. Liberismo e accesso allo stato sociale per i più deboli. E poi, per me, accoglienza dello straniero. Lungimiranza. Infine sempre e solo modernità. Coppie di fatto, lotta ai tabù culturali. Individualismo, come ci insegnano i padri del pensiero liberale. Abito una terra nella quale tutto ciò sarebbe fantascienza, anzi utopia. O per meglio dire distopia. Eppure anche queste non sono del tutto “libere”. Sa qual è la condizione essenziale per il pensiero utopico? L’abolizione della proprietà privata. Tranne Evola – erroneamente indicato come utopista – tutti i veri utopisti pensano che dalla proprietà (e dall’egoismo) derivi il male. Ecco io sono un antiutopista e non sopporto le comunità, le bandiere, le regole soffocanti, le appartenenze, i colori. Ha presente la poesia di Eluard sulla libertà, no? Ecco, nelle grandi utopie la partita si gioca tra felicità e libertà. Quando sento parlare della prima mi viene l’orticaria. Una scrittrice abitualmente non considerata come Sibilla Aleramo – Prezzolini non gliele mandò a dire – antepose la seconda alla prima. Era una donna e accadde molti anni fa. Per me, il “noi” sarebbe già troppo: sarebbe condizione di una sorta di dipendenza o interazione obbligata. Lo stato dovrebbe tutelare la persona e assicurare che nessuno rechi danno alla tua roba. E basta. Oggi lo stato è ancora una sorta di santo da pregare o una vacca da mungere. Detto questo, con estremo senso del reale, dico che vedo male la destra, quella attuale intendo e ciò è una fortuna. Quando nacquero Berlusconi politico e Alleanza nazionale perfino i topi di fogna s’inventarono di destra. Peggio del renzismo odierno. Peggio perché la sinistra ha sempre avuto più dignità, forse per il ricordo di Berlinguer.


D. Lei, quando nacque il Berlusconi politico e Alleanza nazionale, dove era? Dico, sullo scacchiere meta-politico, ideologico…
R. Pensavo come molti giovani che fosse venuto il nostro momento. Venivo da una breve esperienza presso un centro studi che mi chiarì le idee sull’approccio a certe tematiche (del tutto razionale, naturalmente). Ma credevo di aver già capito come sarebbero andate a finire le cose. Leggevo Marcello Veneziani che mi sembrava abbastanza serio, il prode consigliere rai cercava di collegare idealmente il pensiero degli intellettuali di ieri – quelli grossomodo del periodo fascista – alle vicende dell’attualità più stringente. Ecco: idealmente è il termine giusto. Ma sentivo citare Dio ad ogni angolo della strada. Neanche i pretonzoli filo-democristiani avrebbero utilizzato un linguaggio simile (in realtà la cultura era grossomodo quella, più qualche socialista di “larghe vedute”). Oggi sorrido soprattutto ripensando alla frase di Michel Onfray: Dio morto? ma se gode di ottima salute, è sempre sulla bocca di tutti! La sbornia durò poco. Adolfo Urso ha confessato che gli aennini non erano maturi per il potere. Ma quella, per paradosso, è stata la parte migliore della destra. La parte peggiore è formata da un plotoncino di narcisisti-tradizionalisti-nazifascisti-masochisti-spiritualisti eccetera. Personaggi da fumettaccio, che spendono male i crediti acquisiti nelle università. Se comandassero quelli – e per fortuna non accadrà mai – il giorno dopo volerei in Australia.                   


D. E culturalmente? ha vinto Gramsci (ammesso che lo si conosca oggi)?
R. Se intende dire “semplice” cultura speriamo ancora di no. Se intende dire educazione finalizzata alla conquista del potere temo di sì. O meglio, in Italia è sempre esistita l’idea che classe dirigente e masse fossero su piani del tutto inconciliabili. Il disprezzo delle masse è caratteristica anche della nostra insipida borghesia. Ciò per esempio non succederebbe mai in Germania. Una volta c’erano i preti, poi ci fu il boom dell’intellettuale di sinistra. Durante il fascismo – per quel che può importare oggi – non esistette un’idea generale di cultura e di possibile egemonia ma tante, troppe, chiacchiere cucite addosso come vestiti ad ogni intellettuale. Per certi versi, casi a parte furono la scuola di Mistica e certo evolismo sulle pagine del quotidiano di Farinacci. Uomo notoriamente “più realista del re”. Il fascismo fu tutta una rivoluzione-conservatrice nel senso che fu un miscuglio di reazione alla modernità, come disse Piero Melograni, ma per forza di cose anche di modernità. E non solo perché fu collettore di nazionalismi e continuatore, si dice, del Risorgimento, ma perché incastonata nel “secolo breve”, e una forza politica nel Novecento non può non essere moderna. La modernità come periodo non come concetto, non è una opinione né una scelta, la si subisce. Gli intellettuali di “sinistra” mi hanno sempre interessato, alcune furono delle figure quasi tragiche o patetiche che pagarono lo iato psicologico, e non solo, tra la fedeltà alla chiesa comunista e la libertà di pensiero. Unico vero faro per un intellettuale che deve essere libero perfino da se stesso, come un esponente dada. Trovo dunque l’idea dell’educatore un po’ pericolosa, dal mio punto di vista. Non so perché l’abbino al manganello. Alle bacchettate sulle mani. Se invece lei vuol dire che ha vinto la sinistra, ebbene non vedo chi avrebbe potuto vincere. Se volessi fare l’evoliano direi che la Chiesa non è più modello di niente, non lo è da un punto di vista rivoluzionario, non lo è come ordine sociale, non lo è come esempio di comunità, non lo è come “acceleratore di particelle” metafisiche o semplicemente come modello culturale. La destra del dopoguerra è stata semplicemente il nulla. Nata con chiari intenti difensivi. È morta con la fine della guerra fredda. Poi qualche anno dopo è venuto Berlusconi a farci capire che con Tolkien e gli altri ci passi una serata (piacevole), ma non ci voti una legge in parlamento.
 

D. Lei dice che alcuni intellettuali di sinistra l’hanno interessata. Quali sarebbero?
R. Ho letto Pavese – che è comunque al confine – Vittorini, Pasolini – altro borderline – e molti altri con passato anche imbarazzante non lo nego. Naturalmente se vuoi farti un’idea della regione che occupi Sciascia è obbligatorio come una volta il servizio militare. Sciascia fu indipendente del Pci. Ma oggi non ne farei una questione di “destra” e “sinistra”. Camus e Gide mi hanno dato più di Guénon e di qualunque altro astruso pensatore vittima di mode e simpatie. Poi naturalmente il Woody Allen scrittore che padroneggia il rapporto dialettico realtà-fantasia come pochi. E che cerca di sanare la frattura tra i canoni del mondo reale – imprescindibili – e il diritto ai sogni. Insomma ti fa crescere.


D. Scusi, ma lei, allora, ‘a destra’ che ci fa?
R. Grazie a dio ho imparato a ragionare per generazioni. Se lei ragiona con approccio astorico la risposta è: nulla! Io con quella destra c’entro come Jeeg robot d’acciaio in un film western. Se per destra si intende quella sorta di baule nel quale “teorici” del pensiero rifiutato, liceali con velleità spiritualiste (e non entro nel merito), madonne e madonnari, coppole storte e fascisti che non hanno conosciuto né Mussolini né Almirante e forse manco Fini si trovano pressati a forza. Ma codeste comunità di macellai e vegetariani, carnivori e vegani nutrono reali speranze? Alcuni credono a una prossima età dell’oro (con Giorgia Meloni gran sacerdotessa?), altri sono sedotti dalla retorica della romanità o dal fumo del mondo classico salvo nei fine settimana definirsi futuristi. Altri dal fascino del proibito. Altri – se me lo consente – sono forse un po’ matti. Altri infine, la stragrande maggioranza, sono borghesi che esemplificano alla grande la relazione struttura-sovrastruttura. Hanno creato una ideologia a perfetta immagine dei loro interessi. Tuttavia, mi piace ragionarla così, la destra non è più quella di ieri, anzi non è più quella eterna: dio, patria, famiglia, mia sorella è vergine e mio padre eroe omerico. Dopo il boom, il Sessantotto, il Settantasette e quella che è stata definita l’età del benessere, molte cose sono cambiate. E con esse le pedagogie. Non sottovaluterei il rock, le mille possibilità che offre l’ateismo. E poi il mercato. D’accordo ogni fascia d’età, ogni genere ha la sua fetta di mercato che impone costumi e comportamenti, ma che vogliamo fare assaltare gli ipermercati al grido di morte al tostapane? Il potere è il potere e precede la politica. Evola mi ha insegnato che le risposte ai quesiti, grandi o piccoli che siano, non devono sfuggire al rigore logico. Se no non sono risposte. Le soluzioni devono essere vere soluzioni. Chi ha verità in saccoccia? A meno che non passino per la declamazione dei versetti del fascista perfetto o per il corteo comunista con zero proletari al seguito. Vogliamo condannare il gruppo Bilderberg? Come diceva quel tale però, guarderei prima al Bilderberg dentro di me e poi a quello fuori di me. Conosco chi da quarant’anni e passa ripete sempre le stesse cose. Immobile come una nave in bottiglia: la sua realtà è di un unico sbiadito colore. Non si è accorto che di occasioni ne sono passate come acqua sotto i ponti. E cosa è accaduto? Forse come direbbe Pound o non vale nulla lui o non valgono le sue idee. Magari provasse ad andare dal medico. O dallo stregone.


D. Da quello che ci ho capito, mi pare che lei si sia rassegnato al tramonto dell’Occidente. Mi pare che attenda, o meglio sia sicuro che qualcosa – la nostra civiltà, quello che noi abbiamo sempre creduto essere la nostra civiltà – è  destinata a passare.
R. Non so se l’Occidente è al tramonto. Su civiltà antiche e moderne, vecchie e nuove e raffronti tra il prima e il dopo la pubblicistica è sterminata. Ricordo tra le prime letture quella di Guizot. Trovo che almeno da un secolo la “civiltà americana” rappresenti il meglio che il nostro mondo abbia prodotto – naturalmente ha mille imperfezioni, ma l’attacco della Costituzione quel “Noi popolo”, fa venire i brividi e il più delle volte anche gli incubi. Ecco il Colosseo mi è venuto a noia, le torri gemelle mi piacevano tanto. Peccato non ci siano più. La mia generazione, per tornare al discorso di prima, ha sue fondamenta, sue colonne, muri e finestre per mezzo delle quali – come in uno spettacolo di Emma Dante – comunicare con l’esterno, ma anche con l’eterno, se si vuole: esterno senza la “esse”. Non me la sento di distruggere il mondo. C’è chi dice che questo sia anche un modo di cavalcare la tigre. Non so, non credo, è una locuzione pericolosa da fascista puro, che stavolta una “esse” la guadagna: sfascista. E per far che? Torna il quesito: consegnerebbe a un pugno di estremisti digiuni di giusnaturalismo mappa topografica e bussola? Presterebbe a dei costituzionalisti per hobby e laziali per chiamata le chiavi di casa?