lunedì 2 febbraio 2015

Vi dico cos’è la festa di sant’Agata. Intervista a un residente/resistente

D. Il 5 febbraio è sant’Agata, patrona di Catania. Cosa significa per te questa festa?
R. Nessuna importanza, disinteresse assoluto per la storiella di Agata e per tutto quello che ne deriva. Fenomeno religioso, manifestazione popolare, appello a qualsiasi forma di sacralità.

D. Cominciamo bene…
R. La festa di sant’Agata da un punto di vista strettamente religioso è il prezzo che la regione paga alle sue censurabili tradizioni. È la festa dell’occupante, spocchiosamente schierato contro la libertà di pensiero, sovente d’azione. Libertà della quale la maggioranza dei partecipanti sconosce presupposti storici ed esiti politici. Sant’Agata, come festa è quello che Catania merita. Città preda di smanie e umori. I “devoti” sono soldati inconsapevolmente schierati dalla parte del nemico. Vestono perfino una divisa. Dal punto di vista “popolare” la festa è la consegna delle chiavi della città alla massa delinquenziale. Come a dire: “qui comandiamo noi”. Sant’Agata è la festa della violenza. E non mi si venga a dire che manifestazioni di questo tipo rientrano nelle consuetudini di ogni comunità. Ne ho girato di luoghi, Catania è la città dei record negativi: sant’Agata compresa.

D. Tu cosa proporresti?
R. La cancellazione dello spettacolo. I propositi sono tutt’altro che segreti: cavalcare la credulità popolare e dare sfogo al penoso esibizionismo delle genti del sud. Per far ciò si dovrebbero estirpare le radici cristiane, o meglio quelle superstizioni fideistiche abbinate ad emozioni e bisogni, ignoranza e inefficienza. Peggio del tritolo. Cosa impossibile. Anche fare in modo che i “pendagli da forca” siano padroni della città per un paio di giorni è cosa impossibile. Catania è una città ad altissima percentuale di mascalzoni. Inestirpabili anche questi, almeno fino a quando non si avrà il coraggio di fare tabula rasa delle cosiddette tradizioni. E potrebbe non bastare.

D. Un esempio?
R. Prima tra tutte quell’orribile dialetto, veicolo oggi non solo di ignoranza e superstizione ma anche di sopraffazione. Il siciliano te lo senti addosso perennemente. Le madri siciliane sono le portatrici insane del virus della corruzione morale. Bisognerebbe abbattere monumenti che sono il simbolo di inquinamento emozionale. Ma sarebbe impossibile.

D. Insomma, ti divertirai il 5 febbraio…
R. Sono stato a casa quasi ogni anno. Come diceva quel tale, soffro particolarmente – la mia aspirazione alla logicità ne esce male – le differenze tra “idea e azione”- Le incompatibilità tra le immagini contenute nelle frasette recitate da preti e pretonzoli incasellati nelle “gerarchie” e la condotta della gran massa dei fedeli, capace di legnarti, colpirti con armi da fuoco o bruciarti vivo senza pensarci due volte. In realtà l’aiuto chiesto a sant’Agata vale come patente di inettitudine – ricordiamoci che questa città occupa perennemente gli ultimi posti delle classifiche in relazione alla vivibilità – ed è manifestazione di sudditanza e di attitudine alla subordinazione. E in questi luoghi, ove la mafia spadroneggia, la mancanza di libertà è regola fissa. Libertà dalle tradizioni, dagli “insegnamenti” di genitori e progenitori e dai loro “valori”. Una sorta di approccio psicanalitico alla mafia vede nel ribellismo meridionale il riflesso dell’assurda relazione con chi ci ha preceduti. E significativamente ci limita.

D. Sangue marcio insomma…
R. Qui si entrerebbe in ambiti pericolosi. Ogni siciliano avrebbe bisogno di verità. Qualcuno dovrebbe raccontare qual è il peso reale della Sicilia nel complesso delle relazioni sociali. Discorso molto ampio. Il fatto che le prime due cariche della repubblica siano oggi impersonate da siciliani, potrebbe essere diversamente interpretato. In un periodo di profonda crisi morale e materiale è ovvio che i siciliani tornino a galla. Vedrai che da qui a qualche anno, quando certe posizioni saranno chiare, si comincerà a dire che questi siciliani hanno tradito la Sicilia. Ecco: da anni si va avanti così, siciliani che prendono per i fondelli altri siciliani. Ed è già un successo: almeno uomini non spareranno su altri uomini. Ma nessun siciliano ha mai “tradito”: i siciliani sono semplicemente ineducati alla presenza dell’altro. Vivono le relazioni come filtrate da un complesso di sudditanza. Sant’Agata è il trionfo del privato che si fa pubblico. Tutti a chiedere “favori “ e “miracoli”, il desiderio che nessun siciliano confesserà mai è l’eliminazione fisica dell’altro sé. Un rituale officiato giorno per giorno. Per fortuna sant’Agata non esiste sennò supererebbe per ferocia Hitler e Stalin.

D. In ultimo: la cultura ci salverà?
R. Ovviamente no. La cultura in Sicilia è una somma di inutili cartoline con inutili ruderi. Siamo così bravi a prenderci per i fondelli, che a furia di dirci colti, l’abbiamo data a bere agli altri. La cultura al sud non esiste. L’unica che conti davvero, quella della tolleranza e della convivenza è orgogliosamente assente. Di bellezza (estendo la tua domanda) non se ne vede granché. Malgrado ogni scribacchino almeno una volta nella vita abbia decantato le doti di Sicilia e siciliani. Un tizio (non ricordo il nome, ma non era importante) diceva di commuoversi vedendo le coppiette siciliane sedute sugli scaloni di una chiesa. Se avesse visitato altri luoghi, di coppiette e di scaloni ne avrebbe visti come paglia in un covile.

D. Abbasso sant’Agata allora?
R. Viva lo stato laico. Conquista preziosissima. Viva la modernità. Rifiuto categoricamente, da cittadino residente di far mia la formuletta: Catania uguale sant’Agata. La trovo vergognosa e offensiva. Preferirei: Catania uguale scienza o creatività, piuttosto. “Sogno soave e casto”, a quanto pare.



martedì 28 ottobre 2014

Una destra a pois (Marco Iacona intervistato da Antonio Pesce)

D. Perché, come sostiene, il "fascismo" è una gran rottura di palle?
R. È un termine di paragone continuo, un omaggio all’irrazionalità – all’immaginazione, al nostro lato “artistico” – e io sono molto razionale. Per me l’omaggio al fascismo vale come: ma quanto erano bravi i Gracchi e che gran partito era quello radicale! La storia non concede mai il bis. Nemmeno ciò che è accaduto un’ora fa e che verrà raccontato tra mezzo secolo. Guardare al passato significa mordere il freno, ha un valore esclusivamente polemico o ideologico, non pratico. D’altra parte quello storico è sempre un giudizio sintetico. E il giudizio sintetico sul fascismo non può non essere uno: una dittatura nella quale le libertà politiche vennero affossate. Il fascismo è un pezzo da museo: quando vai agli Uffizi non ti interroghi sulla biografia dell’autore di un dipinto – magari lo farai in un secondo momento, a casa tua davanti al computer e con carta e matita – osservi e basta. Ecco: fare ricerca storica è una cosa, l’approccio emotivo un’altra. Andare per musei stanca la vista; e poi come in Provaci ancora Sam, dentro trovi anche chi si vorrebbe suicidare.


D. Il fascismo non ebbe meriti? Dove lo mettiamo lo stato sociale?
R. Il fascismo ebbe certamente dei meriti. Senza voler ritornare sulle discussioni di qualche tempo fa, quelle su: “Mussolini fece anche cose buone”, meravigliosamente chiuse da Roberto Benigni con qualcosa del tipo “Bé sì, magari fece costruire una strada” o se incontrava una vecchietta  salutava per primo. Un merito è quello di aver fatto l’Italia. Prima del fascismo e di ciò che ne fu la scaturigine cioè la grande guerra l’Italia praticamente non esisteva. Mussolini completò la costruzione della nazione e fece a suo modo gli italiani. Però come avrebbe detto Gianfranco Fini ai bei tempi (quando litigava in tivù con Luciano Lama): non è che l’abbia fatta molto bene. L’Italia era un paese addormentato, irreggimentato ma violento. Poi ci furono le guerre e lo “scherzo” della seconda guerra mondiale. Alla fine dovette riprendere da dove aveva lasciato e fu tutto più complicato. Credo però che la questione fascismo sì / fascismo no, sia più emotiva che storica (non dico scientifica). Ma il paradosso è anche questo: noi abbiamo del fascismo un’idea articolata, ideologica, ma basata su dati storici (e non poteva essere altrimenti). Noi del meridione, eterni conservatori e qualcos’altro, pensiamo che in fondo ci sia andata bene e che il periodo peggiore sia stato quello dell’“invasione” degli angloamericani. Al nord la pensano in maniera opposta. Lì c’è stata la resistenza. Qui la resistenza, mutatis mutandis, l’hanno fatta i “non si parte” del ragusano. Non per niente nel 1954 i libri sulla “rivolta” meridionale si leggevano come quelli di Guénon e di Evola.        


D. Lei però è conosciuto come studioso di Evola, di cui ha curato anche delle opere...
R. Evola è un personaggio sul quale tra un secolo esatto si continueranno a dire le stesse cose. Cioè tutto e nulla. Si rende conto che ancora non abbiamo capito che cosa fosse questo dannato “razzismo totalitario?”. Evola ti inganna perché il suo approccio è come dire pre-machiavelliano, pre-moderno. Per lui la politica non è arte del possibile, ma “ricerca” del nemico e incondizionata capacità di sognare. Di Evola ti affascina la facilità con la quale butta giù come una palla da bowling i grandi nomi della filosofia europea. Quelli che magari ti stavano un po’ antipatici.


D. Per esempio, quali?
R. Ricordo quello che scrisse Mircea Eliade: Nietzsche, Gentile e poi gli esistenzialisti. Tutti da superare o da bocciare. Anche Michelstaedter, il suo maestro, il maestro di Evola. Tutti fermi a metà strada. O in mala fede o retorici o fumosi (come Gentile). Per non parlare di quelli, come dire, ufficiali. Quelli che sono i padri della nostra parte di mondo, che si studiano a scuola e dai quali impari grossomodo a ragionare. Tutti uniti inconsapevolmente nel grande “complotto” mirato a far cadere l’Occidente nella rete del kali yuga. A parte il fatto che – come certo marxismo insegna – nessuno ha capito se la decadenza del mondo fosse inarrestabile o meno. Perché se lo era, inarrestabile, a che pro votarsi al fascismo? Anzi a un arrogante superfascismo? Ma so cosa Evola avrebbe risposto, o meglio cosa rispose ai suoi giudici nel 1951: “io non sono fascista o lo sono nella misura in cui il fascismo si rispecchiò nel pensiero dei grandi controrivoluzionari”. Falso naturalmente: rileggiamolo meglio. Evola da perfetto snob non si sporcava le mani. Ci si aspettava da lui una qualche assunzione di responsabilità, nevvero? Ma sarebbe stato troppo per il nostro Stanislao Moulinsky (ricorda i fumetti di Nick Carter?), falso barone spagnolo. Troppo per chi non fu fascista ma strinse amicizia con Preziosi e Farinacci, non fu repubblichino ma si adoperò eccome in semiclandestinità, non fu missino ma fu amico del principe Borghese (quello che si consegnò agli alleati), che scrisse la presentazione al suo libro del 1953. Insomma tutto un po’ complicato, tutto un po’ siciliano (i genitori di Evola erano di Cinisi).         


D. Dell’influenza di Evola sulla politica della ‘destra’ mi pare lei non abbia una buona opinione.
R. Quando leggi Evola pensi per riflesso condizionato che possa esistere un mondo alternativo. I buoni da un lato e i cattivi dall’altro. Da una parte quelli che vanno contro la tradizione, dall’altra quelli che si muovono al loro interno. Come dire? Evola ti semplifica la vita. Poi crescendo (crescendo), comprendi che le semplificazioni in politica sono delle dannazioni. Comprendi che i “nemici” (se ci sono) non vanno ghettizzati, perché anche tu sei un nemico, il loro “nemico”. E la legge è uguale per tutti, almeno in astratto. Comprendi soprattutto che in pochi anni Evola ha distrutto quello che in una manciata di secoli (circa) è stato costruito: parlo della cultura dei diritti. Cosa oppone Evola alla criticabilissima concezione moderna della politica, che poi sarebbe quella liberale? Razzismo, “differenzialismo”, elite spirituale (che non so cosa sia, e probabilmente manco lui sapeva cos’era). No, così non funziona. La tradizione, infine, se non una vera e propria invenzione come diceva Hobsbawm, è un articolo di fede (insomma: zuppa o pan bagnato?), o se vogliamo allontanarci da certo evolismo, come dicevo poc’anzi, lo studio approfondito di un’opera, di un lavoro o di qualunque fatto umano. E quali sono le tradizioni in Italia? cattolicesimo e rivalità cittadine. Non certo quella roba orientaleggiante di cui Evola parla nelle sue opere.


D. A pensarci bene, questa ‘India facile’, come la definiva un altro maledetto, Emil Cioran, è comune a molti pensatori, poi divenuti ‘maestri’ dei giovani destrorsi.
R. Già, il fascino dell’alternativo. Il rifiuto di noi stessi, la destra – non parlo del Msi – si è sempre sentita esule in patria, ma una patria dai confini incerti: colpa della grande rivoluzione. Quella che a sentire certi ragionamenti sarebbe causa di infinite aberrazioni. Naturalmente non credo a tutto, sennò darei ragione a Evola e agli evoliani: i buoni da una parte e i cattivi dall’altra. Ma per passare dalla montagna della dottrina alla pianura del quotidiano, chiuderei così: ha mai fatto caso – ben al di là dei venerati maestri – ai cosiddetti uomini della tradizione? Ho un blog dove pubblico i miei articoli: “Scandalizzare è un diritto” (è una frase pasoliniana – a proposito dell’India – e Pasolini che in India ci fu davvero parlava di “cancro castale”), nella home page in alto a destra sta scritto: «Venti? Trenta? Saranno trent’anni che leggo frasi del tipo: il complotto giudaico o giudaico massonico o plutocratico o vattelappesca ha per fine la creazione di un’umanità sfaldata, che non vive ma vegeta, priva di personalità. Di una massa di senza volto pronta a obbedire ai propri burattinai come una pecora al cane da pastore. Ecco: più che l’esito del complotto delle forze sovversive sembra il perfetto identikit del militante di destra». Con gente di questo tipo che ha una visione orgogliosamente e infantilmente “gerarchica” della vita e “militaresca” delle relazioni è impossibile averci a che fare. Anzi, come diceva Mussolini, riferendosi agli italiani: è del tutto inutile. Alcuni imitano gli imbonitori televisivi, altri vendono se stessi – mescolando “perle di saggezza” e sciocche citazioni – altri ancora infine si ispirano alle atmosfere dei vecchi saloon. Sono quasi tutti meridionali naturalmente e violenti. Su questo rifletterei.


D. Come vede l'orizzonte politico “non di sinistra”?
R. Lo vedrei bene se la destra facesse sul serio. Principio di realtà. Cultura dei diritti, rispetto della persona. Poca demagogia. Dal punto di vista dei valori. Liberismo e accesso allo stato sociale per i più deboli. E poi, per me, accoglienza dello straniero. Lungimiranza. Infine sempre e solo modernità. Coppie di fatto, lotta ai tabù culturali. Individualismo, come ci insegnano i padri del pensiero liberale. Abito una terra nella quale tutto ciò sarebbe fantascienza, anzi utopia. O per meglio dire distopia. Eppure anche queste non sono del tutto “libere”. Sa qual è la condizione essenziale per il pensiero utopico? L’abolizione della proprietà privata. Tranne Evola – erroneamente indicato come utopista – tutti i veri utopisti pensano che dalla proprietà (e dall’egoismo) derivi il male. Ecco io sono un antiutopista e non sopporto le comunità, le bandiere, le regole soffocanti, le appartenenze, i colori. Ha presente la poesia di Eluard sulla libertà, no? Ecco, nelle grandi utopie la partita si gioca tra felicità e libertà. Quando sento parlare della prima mi viene l’orticaria. Una scrittrice abitualmente non considerata come Sibilla Aleramo – Prezzolini non gliele mandò a dire – antepose la seconda alla prima. Era una donna e accadde molti anni fa. Per me, il “noi” sarebbe già troppo: sarebbe condizione di una sorta di dipendenza o interazione obbligata. Lo stato dovrebbe tutelare la persona e assicurare che nessuno rechi danno alla tua roba. E basta. Oggi lo stato è ancora una sorta di santo da pregare o una vacca da mungere. Detto questo, con estremo senso del reale, dico che vedo male la destra, quella attuale intendo e ciò è una fortuna. Quando nacquero Berlusconi politico e Alleanza nazionale perfino i topi di fogna s’inventarono di destra. Peggio del renzismo odierno. Peggio perché la sinistra ha sempre avuto più dignità, forse per il ricordo di Berlinguer.


D. Lei, quando nacque il Berlusconi politico e Alleanza nazionale, dove era? Dico, sullo scacchiere meta-politico, ideologico…
R. Pensavo come molti giovani che fosse venuto il nostro momento. Venivo da una breve esperienza presso un centro studi che mi chiarì le idee sull’approccio a certe tematiche (del tutto razionale, naturalmente). Ma credevo di aver già capito come sarebbero andate a finire le cose. Leggevo Marcello Veneziani che mi sembrava abbastanza serio, il prode consigliere rai cercava di collegare idealmente il pensiero degli intellettuali di ieri – quelli grossomodo del periodo fascista – alle vicende dell’attualità più stringente. Ecco: idealmente è il termine giusto. Ma sentivo citare Dio ad ogni angolo della strada. Neanche i pretonzoli filo-democristiani avrebbero utilizzato un linguaggio simile (in realtà la cultura era grossomodo quella, più qualche socialista di “larghe vedute”). Oggi sorrido soprattutto ripensando alla frase di Michel Onfray: Dio morto? ma se gode di ottima salute, è sempre sulla bocca di tutti! La sbornia durò poco. Adolfo Urso ha confessato che gli aennini non erano maturi per il potere. Ma quella, per paradosso, è stata la parte migliore della destra. La parte peggiore è formata da un plotoncino di narcisisti-tradizionalisti-nazifascisti-masochisti-spiritualisti eccetera. Personaggi da fumettaccio, che spendono male i crediti acquisiti nelle università. Se comandassero quelli – e per fortuna non accadrà mai – il giorno dopo volerei in Australia.                   


D. E culturalmente? ha vinto Gramsci (ammesso che lo si conosca oggi)?
R. Se intende dire “semplice” cultura speriamo ancora di no. Se intende dire educazione finalizzata alla conquista del potere temo di sì. O meglio, in Italia è sempre esistita l’idea che classe dirigente e masse fossero su piani del tutto inconciliabili. Il disprezzo delle masse è caratteristica anche della nostra insipida borghesia. Ciò per esempio non succederebbe mai in Germania. Una volta c’erano i preti, poi ci fu il boom dell’intellettuale di sinistra. Durante il fascismo – per quel che può importare oggi – non esistette un’idea generale di cultura e di possibile egemonia ma tante, troppe, chiacchiere cucite addosso come vestiti ad ogni intellettuale. Per certi versi, casi a parte furono la scuola di Mistica e certo evolismo sulle pagine del quotidiano di Farinacci. Uomo notoriamente “più realista del re”. Il fascismo fu tutta una rivoluzione-conservatrice nel senso che fu un miscuglio di reazione alla modernità, come disse Piero Melograni, ma per forza di cose anche di modernità. E non solo perché fu collettore di nazionalismi e continuatore, si dice, del Risorgimento, ma perché incastonata nel “secolo breve”, e una forza politica nel Novecento non può non essere moderna. La modernità come periodo non come concetto, non è una opinione né una scelta, la si subisce. Gli intellettuali di “sinistra” mi hanno sempre interessato, alcune furono delle figure quasi tragiche o patetiche che pagarono lo iato psicologico, e non solo, tra la fedeltà alla chiesa comunista e la libertà di pensiero. Unico vero faro per un intellettuale che deve essere libero perfino da se stesso, come un esponente dada. Trovo dunque l’idea dell’educatore un po’ pericolosa, dal mio punto di vista. Non so perché l’abbino al manganello. Alle bacchettate sulle mani. Se invece lei vuol dire che ha vinto la sinistra, ebbene non vedo chi avrebbe potuto vincere. Se volessi fare l’evoliano direi che la Chiesa non è più modello di niente, non lo è da un punto di vista rivoluzionario, non lo è come ordine sociale, non lo è come esempio di comunità, non lo è come “acceleratore di particelle” metafisiche o semplicemente come modello culturale. La destra del dopoguerra è stata semplicemente il nulla. Nata con chiari intenti difensivi. È morta con la fine della guerra fredda. Poi qualche anno dopo è venuto Berlusconi a farci capire che con Tolkien e gli altri ci passi una serata (piacevole), ma non ci voti una legge in parlamento.
 

D. Lei dice che alcuni intellettuali di sinistra l’hanno interessata. Quali sarebbero?
R. Ho letto Pavese – che è comunque al confine – Vittorini, Pasolini – altro borderline – e molti altri con passato anche imbarazzante non lo nego. Naturalmente se vuoi farti un’idea della regione che occupi Sciascia è obbligatorio come una volta il servizio militare. Sciascia fu indipendente del Pci. Ma oggi non ne farei una questione di “destra” e “sinistra”. Camus e Gide mi hanno dato più di Guénon e di qualunque altro astruso pensatore vittima di mode e simpatie. Poi naturalmente il Woody Allen scrittore che padroneggia il rapporto dialettico realtà-fantasia come pochi. E che cerca di sanare la frattura tra i canoni del mondo reale – imprescindibili – e il diritto ai sogni. Insomma ti fa crescere.


D. Scusi, ma lei, allora, ‘a destra’ che ci fa?
R. Grazie a dio ho imparato a ragionare per generazioni. Se lei ragiona con approccio astorico la risposta è: nulla! Io con quella destra c’entro come Jeeg robot d’acciaio in un film western. Se per destra si intende quella sorta di baule nel quale “teorici” del pensiero rifiutato, liceali con velleità spiritualiste (e non entro nel merito), madonne e madonnari, coppole storte e fascisti che non hanno conosciuto né Mussolini né Almirante e forse manco Fini si trovano pressati a forza. Ma codeste comunità di macellai e vegetariani, carnivori e vegani nutrono reali speranze? Alcuni credono a una prossima età dell’oro (con Giorgia Meloni gran sacerdotessa?), altri sono sedotti dalla retorica della romanità o dal fumo del mondo classico salvo nei fine settimana definirsi futuristi. Altri dal fascino del proibito. Altri – se me lo consente – sono forse un po’ matti. Altri infine, la stragrande maggioranza, sono borghesi che esemplificano alla grande la relazione struttura-sovrastruttura. Hanno creato una ideologia a perfetta immagine dei loro interessi. Tuttavia, mi piace ragionarla così, la destra non è più quella di ieri, anzi non è più quella eterna: dio, patria, famiglia, mia sorella è vergine e mio padre eroe omerico. Dopo il boom, il Sessantotto, il Settantasette e quella che è stata definita l’età del benessere, molte cose sono cambiate. E con esse le pedagogie. Non sottovaluterei il rock, le mille possibilità che offre l’ateismo. E poi il mercato. D’accordo ogni fascia d’età, ogni genere ha la sua fetta di mercato che impone costumi e comportamenti, ma che vogliamo fare assaltare gli ipermercati al grido di morte al tostapane? Il potere è il potere e precede la politica. Evola mi ha insegnato che le risposte ai quesiti, grandi o piccoli che siano, non devono sfuggire al rigore logico. Se no non sono risposte. Le soluzioni devono essere vere soluzioni. Chi ha verità in saccoccia? A meno che non passino per la declamazione dei versetti del fascista perfetto o per il corteo comunista con zero proletari al seguito. Vogliamo condannare il gruppo Bilderberg? Come diceva quel tale però, guarderei prima al Bilderberg dentro di me e poi a quello fuori di me. Conosco chi da quarant’anni e passa ripete sempre le stesse cose. Immobile come una nave in bottiglia: la sua realtà è di un unico sbiadito colore. Non si è accorto che di occasioni ne sono passate come acqua sotto i ponti. E cosa è accaduto? Forse come direbbe Pound o non vale nulla lui o non valgono le sue idee. Magari provasse ad andare dal medico. O dallo stregone.


D. Da quello che ci ho capito, mi pare che lei si sia rassegnato al tramonto dell’Occidente. Mi pare che attenda, o meglio sia sicuro che qualcosa – la nostra civiltà, quello che noi abbiamo sempre creduto essere la nostra civiltà – è  destinata a passare.
R. Non so se l’Occidente è al tramonto. Su civiltà antiche e moderne, vecchie e nuove e raffronti tra il prima e il dopo la pubblicistica è sterminata. Ricordo tra le prime letture quella di Guizot. Trovo che almeno da un secolo la “civiltà americana” rappresenti il meglio che il nostro mondo abbia prodotto – naturalmente ha mille imperfezioni, ma l’attacco della Costituzione quel “Noi popolo”, fa venire i brividi e il più delle volte anche gli incubi. Ecco il Colosseo mi è venuto a noia, le torri gemelle mi piacevano tanto. Peccato non ci siano più. La mia generazione, per tornare al discorso di prima, ha sue fondamenta, sue colonne, muri e finestre per mezzo delle quali – come in uno spettacolo di Emma Dante – comunicare con l’esterno, ma anche con l’eterno, se si vuole: esterno senza la “esse”. Non me la sento di distruggere il mondo. C’è chi dice che questo sia anche un modo di cavalcare la tigre. Non so, non credo, è una locuzione pericolosa da fascista puro, che stavolta una “esse” la guadagna: sfascista. E per far che? Torna il quesito: consegnerebbe a un pugno di estremisti digiuni di giusnaturalismo mappa topografica e bussola? Presterebbe a dei costituzionalisti per hobby e laziali per chiamata le chiavi di casa?

sabato 16 agosto 2014

Catania: le immagini a palazzo della cultura

Questa la rubo a Charles Bukowski, il poeta del vizio. Catania ispira i sentimenti peggiori. Loro, i catanesi, parlerebbero di abitudine al vulcano, al fuoco, alla lava, ai terremoti, alle inquietudini, alle tremarelle e via delirando. Darebbero la responsabilità alla natura. Ai luoghi. Mai agli uomini.
«chiedete ai pittori da marciapiede di Parigi» scrive il vecchio Hank. Con la “c” minuscola. Uomo senza legge né pudore, ma timidissimo. Incipit della poesia “Essi, tutti lo sanno”. Rilancio il gioco. Chiedete alle panchine del centro storico, chiedete ai falegnami di via tal de’ tali, chiedete agli uomini-lucertola, agli intellettuali ricchi e a quelli poveri, chiedete ai fattorini, chiedete agli attori di teatro e a quelli di strada, chiedete all’intestino pigro, chiedete al mare, chiedete ai migranti e ai paesani, chiedete al sole, chiedete alla gente allegra, chiedete ai cuochi e ai pasticcioni, chiedete agli agrumi e ai camionisti.
«chiedete a qualcuno (uno qualsiasi) di questi o a tutti questi chiedete chiedete chiedete e tutti vi diranno» con gentilezza e onestà la stessa cosa. Androne, Bellini, Brancati, Capuana, Coppola, Cutelli, De Felice, De Roberto, Di Modica, Eredia, Gioeni, Grasso, Greco, Lombardo Radice, Majorana, Martoglio, Mendola, Musco, Pacini, Patti, Rapisardi, Sada, Sangiorgi, San Giuliano, Verga, Villaroel, sceglietene solo uno o magari scegliete altrove, ma togliete le immagini di sant’Agata dall’ingresso di palazzo della cultura.
Patrona della città, come a dire: occhio al vulcano catanesi ma c’è chi pensa a voi. Si festeggia tra mille sorprese: fede versus esibizione; bancarelle coi dolciumi e un’armata di devoti per le vie del centro. Ha dato dei dispiaceri, ragazzi con la tonaca bianca (il sacco) e il cappellino nero mai tornati a casa. Nel cuore della festa le autorità cittadine – laiche e religiose – fanno passerella tra ali di folla. Infallibile prodotto d’esportazione manco fosse il festival di Bayreuth, al più retaggio anticulturale per esibizionisti in azione o compiaciuti parolai. Emblema di un potere inestirpabile che raggruma le ignoranze interclassiste di luoghi maledetti. Borghesi e poveracci uniti dalla religione feticcio, da un untuoso tradizionalismo cieco e arrogante. Catania e la sua cultura, dunque. 

domenica 3 agosto 2014

Langhe, Roero e Monferrato patrimonio dell’umanità. Pensieri e parole

Perdersi tra i sentieri delle Langhe non è come ritrovarsi nel nulla etneo. Lo dico per i cappellai matti della Sicilia bedda. Alla faccia dei nichilisti colti da libromania: vita e morte non sono la stessa cosa. Orfani di Cesare Pavese e della gran testa di Arpino, checché ne pensino i raccontatori per professione e contratto, quei luoghi – basso Piemonte: paesaggi baciati da dio – vivrebbero ugualmente in cima ai sogni. Lì la mano dell’uomo ha trasformato la natura, il pizzo se lo ha pagato lo ha pagato al creatore.
Due domande. La prima: una terra nata per essere narrata? Nulla di più falso per chi ha inalato quei raggi di sole. La Sicilia è una bugia raccontata mille volte, le colline piemontesi frutto di un matrimonio tra uomo e ambiente. Anche per questo, digiuni di bellezza, non le capiremo mai. Se per Bufalino tutto qui in Sicilia è eterno, lì l’eternità è movimento. La bellezza (quella vera) è timido ricovero dai colori tenui. Silenzio. Le Langhe si raccontano da sé, non serve un pensiero boccheggiante e baroccheggiante (la minaccia del tutto compreso, soprattutto il superfluo), non servono aggettivi, luoghi comuni, atti di fede e di dolore. Natura e uomo hanno stretto un patto. L’uomo non è nemico dell’uomo. Altra condizione sconosciuta, qui nelle terre bruciate. Alba, città di Fenoglio, quel che ha se l’è guadagnato e armi alla mano se l’è tenuto stretto.
Come leggere un volume del sociologo sorboniano Michel Maffesoli. Sulle virtù del paganesimo: «c’è qualcosa di pagano, qualcosa che rimanda a quel paganus, a quel contadino che ama la terra e cerca di trovare un accordo con lei, insieme a lei. Paganesimo: godere di ciò che si offre per essere vissuto, insieme agli altri, in un mondo che certo è imperfetto, ma sempre preferibile al nulla. La vita forse non vale niente, ma niente vale la vita». “Repubblica” del 23 giugno scorso sintetizza in una frase la condizione dei luoghi: «la fatica dei campi è diventata cultura». Qualunque siciliano laureato come i poeti di Montale sognerebbe una frase che passa attraverso gli umori verghiani. Ma la Sicilia è attorniata da nemici più forti, anche questo sappiamo. È debolezza travestita da accoglienza e fatica.
Seconda domanda: luoghi lontani dal vivere per e con gli altri quelli lassù sulle montagne? Essenze da sciocchezzaio. Lì l’Italia l’hanno fatta due volte – Risorgimento e Resistenza – qui abbiamo tentato – invano – di disintegrarla. Da autolesionisti. Adesso non sapendo a che straniero votarci lecchiamo i sandali alla Lega. La nostra di “lega” meridionale è fallita per la misera mancanza di idee, fermezza, uomini e programmi. Qui santi e boss – anche se lo diventeranno – sono amici per comodità. Sostituiscono lo stato dei “padri” piemontesi. Il nostro non esiste.

martedì 10 giugno 2014

Castore e Polluce? No, Coppi e Bartali (ma al “Musichiere”)

La società-gallina e la letteratura-uovo sono vive e lottano fianco a fianco. Fianco a fianco come Pietrangelo Buttafuoco e Ottavio Cappellani, siciliani. Pochi secondi di video della performance di Aci Sant’Antonio valgono una scena di Woody Allen. Quella celebre del “Dittatore dello stato libero di Bananas”. Strumentisti che fingono di suonare: il nulla. La Sicilia zero in condotta ha i suoi gemelli del gol. Tale madre tali figli.
Uno dei due – fate voi – dice: appena morirà Camilleri resteremo soli. Mammamia, che fatica. Toccherà a loro tenere alto l’onore del paese dei balocchi. I tizi conoscono a stento – da bravi siciliani – le inquietudini della decadenza, sedotti dalle strade del sogno da numeri uno. Ecco: Coppi e Bartali che cantano al musichiere, senza bici, senza strada, polvere e sputi. Due borghesi che fanno ciò che sanno fare, che tutti attendono. Spettatori, lettori, utenti. Buttafuoco e Cappellani sanno fare i siciliani. Come papà Camilleri. Voci senza corpo: chiudete gli occhi, immaginate due studenti alla ricerca affannosa di vocaboli sul dizionario.
Chiudeteli questi occhi e visualizzate le monotonie scurrili di una terra non bella, né discreta né indiscreta né triste né allegra. Ma narrata, narrata, narrata. Immaginate due cittadini qualunque che vanno su e giù per via Etnea, lato “Collegiata” e lato… già cosa c’è sul lato opposto? E parlano di se stessi e vocalizzano. Parlano di poesia in una terra di poeti, di donne in una terra di femmine, di caldo in una terra di sole. Di bellezza in una terra scura, nera, vecchia come nessuna. Da nord a sud, da sud a nord. Ad ogni ora del giorno. I siciliani si accontentano di poco, di loro stessi. Di vedersi ritratti nella loro quotidiana indolenza, orfani di una matta biografia, ricchi di niente (e giù una valanga di nomi a servizio del popolo). Poi si presentano due giovanotti che si dicono Dioscuri. Sottomessi alla pausetta e al vocabolo in dialetto. Con frasi ingolate e viso abbronzato. Alla fine qualcuno grida: tombola! 

sabato 22 febbraio 2014

Grazie maestro!


La morte di un direttore d’orchestra, di un grande direttore d’orchestra come Claudio Abbado, è un lutto per il paese che gli ha dato i natali. Ultimamente l’artista milanese aveva diviso destra e sinistra per la nomina a senatore a vita. Sul web e sui giornali si era scatenata una specie di caccia alla bacchetta rossa, al terzomondista e filo-cubano, all’amico di Giorgio Napolitano (di Fabio Fazio e Roberto Saviano), reo non si sa bene di cosa o di troppe cose insieme: compreso l’impegno politico risalente agli anni della giovinezza. Siamo sicuri tuttavia che il maestro reagiva agli attacchi mediatici con quel sorriso timido ma coinvolgente che gli si appiccicava al volto nelle occasioni in cui, in cima ad ogni cosa, era opportuno collocare pazienza e spirito di sopportazione. E siatene certi, quell’idea di impegno civile come speranza di promozione sociale non avrebbe mai vacillato.
Abbado era in primo luogo un uomo generoso, non un semplice scopritore di talenti, ma un artista che offriva ai giovani una o più case all’interno delle quali misurare professionalità e doti. Queste case erano le orchestre da lui fondate perché il suo tempo non sprofondasse nella palude dell’incultura. Ricordiamo la “Mahler Chamber Orchestra”, la “Chamber Orchestra of Europe” e dal 2004 la bolognese orchestra “Mozart” che ha chiuso i battenti per mancanza di fondi già prima della morte del maestro. E che fortunatamente rivivrà il 30 giugno 2014 al “Ravenna Festival”. In quell’occasione Riccardo Muti, considerato il rivale del maestro milanese (entrambi hanno studiato con Antonino Votto), dirigerà la “Mozart” insieme all’orchestra “Cherubini” con un programma comprendente Beethoven e Ciajkovskij. Nel 2003 Abbado rifondava anche l’orchestra del festival di Lucerna con un organico formato da elementi della “Mahler” e di altre prestigiose formazioni. E a Lucerna Abbado avrebbe tenuto il suo ultimo concerto, il 26 agosto 2013, dirigendo la nona sinfonia di Bruckner.
Da un po’ di tempo il maestro milanese ribadiva il suo amore per la cultura pure in televisione, con quell’aria da personaggio di seconda fila, da antidivo, da spalla anziché da prim’attore. Era il suo carattere apparentemente chiuso, ma era un modo di presentarsi che lo rendeva, paradossalmente, perfino più carismatico. I musicisti in orchestra lo chiamavano semplicemente Claudio, lui lasciava l’appellativo “maestro” a chi probabilmente ne aveva bisogno per affrontare le difficoltà sul podio. Antropologicamente Abbado era l’opposto dell’inflessibile Toscanini, ma era nato con un talento straordinario – instancabile analizzatore delle partiture, dotato di una memoria stupefacente – ciò aveva fatto di lui un musicista pressoché unico nella lunga storia del Novecento italiano.
Vorrei proseguire con un ricordo personale. Il maestro a capo della filarmonica di Berlino che si esibisce per la riapertura del “teatro Massimo” di Palermo il 12 maggio 1997. E lì tornerà a “casa sua” nel 2002. Conservo gelosamente quella registrazione quasi di fortuna. Il “Massimo” inaugurato cento anni prima con “Falstaff” era stato chiuso nel 1974 per la messa a norma degli impianti. Le polemiche avevano raggiunto livelli intollerabili. L’apertura era stata un’autentica gara di velocità con Abbado che non aveva mai smesso di informarsi sullo stato dei lavori. Il maestro era nato da una scrittrice palermitana, Maria Carmela, figlia del professor Savagnone. Era dunque imparentato con gli Amendola attori e doppiatori molto popolari. Il papà era il celebre Michelangelo concertista e insegnante al conservatorio di Milano, originario di Alba la città di Fenoglio e Pinot Gallizio.
La cultura abbadiana era autenticamente europea. O forse addirittura senza confini. Era un re ma non voleva stare sul trono, titolava “Repubblica” il giorno dopo la morte. Il suo amore per la natura era noto da tempo. Credo che molti giovani, almeno fino all’estate 2013 o alle trasmissioni televisive di Fazio, non avessero idea alcuna circa le sue origini. Paolo Isotta cita come prime tappe di un’ineguagliabile carriera la vittoria al premio “Mitropoulos” e il debutto al festival di Salisburgo, entrambi del lontano 1963. Abbado è il primo italiano a salire sul podio al Concerto di capodanno (1988 e 1991). Alla Scala debutta nel 1960, lì rimane ininterrottamente dal ‘68 all’86 e lì compie operazioni quasi prodigiose in una Milano capitale incontrastata della cultura e della modernità. Nell’82 nasce la filarmonica della Scala, frattanto il maestro dirige l’orchestra sinfonica di Londra (1979-1988) e incide con quella di Chicago. Non legge solo partiture di tradizione italiana – e queste non nel modo in cui erano state lette fino a quel momento – ma anche Alban Berg, Mahler, Prokofiev, Stravinskij, Schönberg, Debussy e Stockhausen. Porta e porterà in scena Pergolesi, Rossini (“Barbiere di Siviglia”, “Italiana in Algeri”, “Cenerentola”, “Viaggio a Reims”), Verdi (“Simon Boccanegra”, “Macbeth”, “Aida”, “Ballo in Maschera”, Requiem) e Mozart (“Così fan tutte”, “Nozze di Figaro”, “Don Giovanni”, “Flauto magico”). Dirige l’ultima autentica generazione di cantanti-divi: Luciano Pavarotti, Placido Domingo, Josè Carreras, Mirella Freni, Katia Ricciarelli e Montserrat Caballé. Interpreta col gusto per la rarità Luigi Nono, Ravel, Bizet, Mussorgskij, Janáček, Richard Strauss, Brahms e Schubert. Infine incide anche lavori di Schumann, Bartok, Ciajkovskij, Hindemith, Bruckner, Mendelssohn e dell’immancabile Wagner.
Nei suoi anni alla Scala – lo affianca Paolo Grassi – le serate musicali abbandonano le consuetudini appartenute alla tradizione. Non solo eventi esclusivi per commendatori, baronesse e borghesi annoiati o in vetrina, ma veri e propri recipienti di cultura europea e nazionale. A disposizione dei giovani, degli studenti, degli operai, ma anche in trasferta nelle fabbriche, negli ospedali e nelle carceri. Cos’è la cultura se non un caleidoscopio di culture sconosciute ai più? Semplice, l’idea di Abbado è che la musica in ogni sua componente, da chi la fa a chi la ascolta, rimanga fedele al tempo in cui la si esegue. Durante il periodo d’oro della contestazione c’è lui alla Scala, appena trentacinquenne. Il 7 dicembre ‘68 Mario Capanna, che contesta tutto e tutti, in compagnia di altri duecento studenti tira uova e frutta imbrattata di vernice addosso agli elegantoni che assistono all’inaugurazione della stagione. Ma il teatro è già a lutto per la morte di due braccianti di Avola uccisi cinque giorni prima dalle forze dell’ordine. In cartellone c’è il “Don Carlo” di Verdi con Fiorenza Cossotto e Nicolai Ghiaurov. La regia è di Ponnelle. Una vicenda che è già storia come è storia una delle ultime volte alla Scala di Abbado, anno 1993, con il maestro che dirige la sua filarmonica di Berlino. Poi tornerà una sola volta grazie a Lissner il 30 ottobre 2012 a dirigere Chopin e l’adorato Mahler.
Non facciamoci strane idee: la sua carriera alla Scala è solo il capitolo di un lungo libro. Dirige abitualmente in Emilia Romagna (in special modo a Ferrara), al festival di Salisburgo, in America latina, a Berlino e a Vienna dove ha studiato e dove fonda il festival di musica contemporanea “Wien Modern”. Dirige la filarmonica della capitale austriaca già dal ’71 e progetta l’integrale delle sinfonie e dei concerti per piano di Beethoven insieme all’amico Maurizio Pollini. Con lui e con Renzo Piano ha in comune la stessa fede politica. Dal 1986 al 1991 guida l’Opera di Stato di Vienna, infine quando muore la leggenda Herbert von Karajan lo sostituisce (fino al 2002) come direttore della filarmonica di Berlino. Anche qui porta una ventata di novità e aria fresca. Dal 2005 partecipa al progetto musicale venezuelano di Josè Antonio Abreu per giovani provenienti dal mondo dei barrios. La musica, almeno fino a un certo punto, può e deve proteggere i deboli. I sogni vanno tradotti in arte e quest’ultima in aiuti concreti.
Muore nella sua casa di Bologna il 20 gennaio 2014, a ottant’anni. Una morte che spacca l’Italia dei babbei come era avvenuto per la nomina a senatore a vita, secondo solo a un rinunciatario Toscanini. Nel 2000 era stato operato di cancro allo stomaco. La camera ardente viene allestita a Bologna, presso la basilica di Santo Stefano, poi una cerimonia privata anticipa la cremazione della salma. Abbado non aveva il dono della fede. Scontato l’omaggio musicale della “Mozart” che esegue Mozart, Bruckner e Schubert. Una settimana dopo Daniel Barenboim direttore musicale della Scala (e grande amico insieme a Zubin Mehta) dirige la Marcia funebre dall’“Eroica” di Beethoven con la sala del Piermarini vuota ma a porte aperte. Almeno per una volta come da tradizione. Migliaia gli spettatori in piazza Scala e milioni di uomini e donne in sincero raccoglimento. Un unico pensiero a un mese dalla morte, mi auguro unanime. Grazie maestro.

domenica 12 gennaio 2014

Catania, 1984-2014. L'omicidio Fava


Si riempie. In fine si riempie. L’aula magna del liceo Cutelli di Catania alle 16 è praticamente vuota ma un’ora dopo i duecento e passa posti sono tutti occupati. 9 gennaio, si parla di Giuseppe Fava, del giornalista assassinato dalla mafia all’inizio del 1984. L’unico atto di mafia a Catania con protagonista un intellettuale. Il direttore del periodico “I Siciliani”, che per primo denunciò i comitati d’affari catanesi e dal quale i catanesi appresero che la mafia non era un fenomeno che si arrestava, come si diceva, alle porte di Enna. Per dirla con Claudio, figlio di Giuseppe, Fava era uno che per forza di cose doveva raccontare il male. Parliamoci chiaro però: oggi se a Catania gli intellettuali ci sono, sono personaggi da fumetto – tipo gruppo Tnt – arrivano, se arrivano, tardi e a cose fatte e per denunciare un bel nulla. Forse solo per registrare un dato di fatto per cacare dubbi su fatti e circostanze che dubbi non ne suscitano affatto. Per fare disordine – dire e non dire – e per passarsi la palla. Catania è e resta una città immersa nel più imbarazzante silenzio. Quello stesso silenzio che, a dire di chi lo conosceva bene, uccise Pippo Fava.
E poi: chi sono gli intellettuali a Catania? Se hai voglia di fare, vali qualcosa e non sei né fascista né sfascista – le due categorie oggi sono più che mai gemellate – cerchi di andar via per respirare aria di libertà. A cercare padroni per cui valga la pena vivere e lottare. Strano che a celebrare Pippo Fava – il convegno del Cutelli per Enzo Bianco, sindaco di una città maledetta, è stato tra i più significativi eventi culturali degli ultimi mesi – siano dei non catanesi, nel senso di abitanti. Francesco Merlo penna luminescente di “Repubblica” che anni fa prese il coraggio a quattro mani e se ne andò via. Claudio Fava, che per continuare la carriera nel giornalismo se ne andò in sud America e poi altrove, e il procuratore Giovanni Salvi che intellettuale non è ma giudice e che è a Catania da poco più di due anni. Per il resto si tratta di gente che a Catania ci lavora e che è costretta a confrontarsi con problemuzzi grandi o piccoli e che non ha voglia di mettersi in mostra e cantarne quattro ai boss o alla borghesia cialtrona di questa parte di mondo. O se lo fa lo fa per seguire la scia degli apripista. Di quelli che fingono di non fare buon viso a cattivo gioco. Qui, per raccontarcela tra di noi, è tutta una finzione ma a scadenza fissa.
Oggi si condanna l’ipocrisia di trent’anni fa quando tutti sapevano ma nessuno – tranne Fava e pochi altri – denunciava. Tra trent’anni si condannerà, statene certi, l’ipocrisia del 2014 perché tutti sapevano ma tacevano per abitudine, convenienza, “ideologia”, quieto vivere o eccesso di catanesità. Qualche giorno fa Salvi fu ospite di un incontro per ricordare Fava a San Cristoforo, non un quartiere di Catania ma una vera e propria repubblica nella repubblica con regole e morali a sé. Cosa abbia visto o pensato, cosa abbia potuto vedere o pensare lo sa solo lui. Perché qui si aprono i cancelli dell’imponderabile.
Imponderabile come Catania. Ha ragione Merlo quando dice che Fava somigliava a Catania e che quello di Fava più che un omicidio è stato un suicidio. Della città. Ma statene certi, forse anche Merlo lo sa, questo luogo è in grado di assorbire ogni cosa. Catania – città non bella né interessante quanto si crede: non ci stancheremo mai di ripeterlo – detiene un primato, è la prima città priva di anima della Penisola. Abituata a tutto, perché Catania è un immenso raccoglitore. Dove ogni cosa ha un prezzo perché eternamente in vendita. Datemi un palco e vi racconterò Catania. Fava ci aveva provato, avvezzo all’arte dello scrivere. Non sapremo mai se l’aver confuso arte e vita fu un peccato o un sacrificio. Al viceprefetto di Catania Polimeni, appariva quasi come un semidio aggrappato ai propri pensieri, solitario frequentatore del Club della stampa. A Merlo, l’inconsapevole liquidatore della città dei Brancati e De Roberto. Com’è difficile raccontare questa città senza cadere nella sfibrante celebrazione della parola in sé. Quasi un virtuosismo del paradosso. Un cannoneggiamento in luogo di una prece. Per Merlo tutti i catanesi sarebbero responsabili della morte di Fava. Dopo la sfortuna di esserci nati, a Catania, la sfortuna di aver conosciuto un professorume cialtrone al pari di certa borghesia rapace, dopo aver ceduto al ricatto di chi offre lavoro pagandolo con semplici briciole, dopo aver subito le umiliazioni di un’antidemocrazia come metodo e valore, adesso siamo anche complici di un assassinio. Catania è uno stano fenomeno. Vince chi la spara grossa. Qui la caccia all’uomo è sempre aperta.

domenica 29 dicembre 2013

La Sicilia e il fascismo clandestino



Strane cose avvennero in Sicilia dal 25 luglio 1943 in poi. Dopo la caduta del fascismo. Strane cose delle quali ieri si parlava punto, perché non conveniva o forse poco interessava. Il fatto è questo: due settimane prima, e piegata dai bombardamenti, la Sicilia era stata invasa dagli alleati. Il destino dell’Italia cambiava a partire dalle coste della sua isola maggiore. E il destino degli Italiani pure, ma quello avrebbe percorso un sentiero a zig zag fatto di ripensamenti e passi indietro.
Al Sud la resistenza non si fece, o forse sì. Una resistenza diversa. Dove il bianco era il nero e il nero era il bianco. Dove lo straniero era l’invasore alleato, e il resistente il siciliano clandestino, orfano dello Stato fascista (l’unico fino a quel momento), a cui il mondo crollava addosso. Ma l’ideologia qui era assente, e l’interesse di parte ridotto al minimo. Domenico Lo Iacono professore siciliano lo spiega nel suo recentissimo “Il fascismo clandestino in Sicilia” edizioni Isspe, con prefazione di Giuseppe Parlato. Spiega che quel movimento di giovani clandestini, diviso in sigle e gruppi con scarso coordinamento, e con contatti non regolari con la Repubblica Sociale Italiana, agì spontaneamente, agì per difendere le certezze del vecchio Stato e lottò contro l’invasore. Lo fece come poteva, cioè male. Lo fece, in quel momento, con la tenue certezza di subire l’ennesimo torto. Decenni prima i sabaudi, adesso gli anglo-americani, e ciò che ne venne fuori non mutò affatto il corso della storia. Almeno di quella che conosciamo da sempre.
Eppure qualcosa accadde. A Trapani gli americani fecero il loro ingresso due giorni prima della seduta del Gran Consiglio. Qui si formerà il “Movimento fedelissimi del fascismo”, formato da otto uomini e una donna, che si specializzerà in atti di sabotaggio e propaganda. A fine ‘43 quindici aderenti verranno trascinati dinanzi una corte militare: sarà il primo processo contro i fascisti nell’Europa occupata. Le pene andranno dai dieci anni di carcere in giù, e a Salvatore Bramante – uno dei leader – verrà comminata una condanna a morte mai eseguita. Diversa sorte toccherà al gruppo palermitano stretto intorno al giornale in ciclostile “A noi!” (con tanto di punto esclamativo). Il gruppo, arrestato ma amnistiato, è in contatto col leader dei clandestini del Sud il principe Valerio Pignatelli. Nome di peso. A fine guerra si fonderà col Partito Nazionale Fusionista, poi col Movimento Sociale Italiano. Le maggiori anomalie si riscontreranno tuttavia in provincia di Ragusa. Quando le forze democratiche sono in crisi e lo stato della popolazione è pessimo, può accadere che forze nemiche, fasciste, comuniste anarchiche e separatiste si ritrovino affiancate nella lotta. Qui negli ultimi giorni del 1944 fino alle prime settimane del 1945, prenderà piede il fenomeno dei “Non si parte!”. Movimento di rivolta contrario all’obbligo di leva e contro il versamento anticipato di grano all’ammasso. Con assalti, saccheggi, distruzioni e con la proclamazione di effimere repubbliche. Oltre le consuete rivendicazioni (ma alla fine si conteranno cinquantatré morti e cento feriti), di nuovo c’è che i siciliani, oramai sfiniti, non intendono piegarsi al volere di chi comanda. Nessuna nostalgia, a prima vista. Solo un legittimo desiderio di normalità e il bisogno di lasciarsi la morte alle spalle.

giovedì 26 dicembre 2013

Coloratissimi, esagerati, caotici, atomici e spensierati Ottanta


Se peschiamo dal grande pentolone della storia del Novecento, anni così ne troveremo pochi. Giusto dieci o forse meno. Condensati in un decennio o in un lustro più qualcosa. Gli Ottanta sono lì, sono sempre stati lì, in attesa che qualcuno lì scoprisse – troppo comodo dire: riscoprisse – e dicesse chiaro chiaro: sì è vero, siamo stati felici.
Ma guai a non aver vissuto gli Ottanta da adolescenti. Coloratissimi, esagerati, caotici, atomici e spensierati Ottanta. È un trucco o forse una dannazione. Ottanta è sinonimo di giovinezza come Settanta lo è di violenza. Dunque niente roba seria e tanto divertimento. Al bar con gli amici, in discoteca, al mare, nelle case di campagna o del centro città. E fu subito invasione. Migliaia di oggetti, accessori tra l’elegante e il cafone (mai linea di confine fu più sottile), per accompagnare corpi sempre più snelli. Con una sola regola: forma e firma necessariamente riconoscibili. Dal compagno di banco o dal giovane collega, dai ragazzi della comitiva o dall’innamorata segreta. Un elenco sterminato, esterofilo non per caso: dagli orologi Swatch, due per volta, ai portachiavi a molla, dal più ingombrate Windsurf al rivoluzionario Skateboard. Tutti lì accanto a noi, al massimo in garage, per un’evidente conferma che il vecchio mondo resisteva a stento. E poi tanta musica. Quella che da una manciata di lustri riempie la vita di questa fetta d’Occidente. Su quanti comodini trovavi una radio sveglia, un apparecchio Indesit o Philips o un radioregistratore di marca orientale che poteva durare una vita intera? E i grandi romanzi di formazione invece? E David Copperfield di Dickens? Sacrificato in nome di un nuovo sound, di una schitarrata rock o di un affascinante pezzo fusion. Diciamoci la verità. Ascoltando il finalino di Don’t you (forget about me) dei Simple Minds, quello che fa semplicemente “La la la laaa”, riuscireste mai a visualizzare una pensionata Inps o un canuto impiegato con radiolina incollata all’orecchio? E quella disco music italiana o italo-disco? Quella degli americani de’ noantri? Riccardo Cioni, Gazebo e Den Harrow? Non ci ascolta nessuno:  proprio una gran figata!
Ragazzini di un paese furiosamente in crescita erano, a quel tempo, Danilo Masotti e Ivo Germano autori di un libro sugli anni Ottanta e la cultura pop (New Gold Dream e altre storie degli anni Ottanta; ed. Pendragon). Non uno studio con nomi, date e classifiche, ma racconti in serie come un puzzle dei nostri tempi con un’immagine di un mondo passato. Titolo che ricorda una hit dei Simple Minds, colonna sonora di un decennio puffissimo, libero e fantasioso. Un’immagine da cartone animato con una foto in più, scegliete voi tra Tony Hadley degli Spandau Ballet, Gene Simmons dei Kiss o una più rassicurante Loretta Goggi. Gli Ottanta non si possono raccontare in altro modo: il giorno trascorso ad ascoltare i Pink Floyd nella nuova versione in Compact disc, la sera in casa di amici a vedere il Festival di Sanremo (lo vinsero anche Tiziana Rivale nel 1983 e i Ricchi e Poveri nel 1985). Una sola parola d’ordine e categorica: contaminarsi.
 
Il decennio degli Ottanta «sconvolse tutto e tutti». Andavamo a letto rockettari e la mattina dopo ci alzavamo un po’ melodici. Carlo Massarini Dj futurista, era un alieno: su Rai1 conduceva Mister Fantasy, programma di musica da ascoltare e da vedere. E quanti ragazzi inciamparono nei primi video surreali… Ma l’idolo della fidanzata del migliore amico o del fratellino di pochi anni più piccolo era Sammy Barbot, quello di Aria di casa mia, canzoncina che sembrava ispirata da una quadreria per fanciulli. Felicità era una cassetta di Sting o di Michael Jackson ma anche un duetto di Al Bano e Romina. E quelle feste poi? Non per niente uno dei simboli degli Eighties è un filmettino (quasi) da nulla. Il tempo delle mele di Claude Pinoteau con Sophie Marceau ragazzina acqua e sapone. Titolo originale: La Boum, cioè la festa. Alle feste si andava per ballare o ballonzolare, per limonare, per mostrare una camicia nuova o per innamorare una ragazza o un ragazzo. Tutto qua? Tutto qua. Che strano, sorprendente, vivace decennio: s’iniziava a parlare d’amore con mamma e papà con un certo imbarazzo ancora, abbassando lo sguardo o arrossendo. Ma più loro che noi. Dopotutto, il tetto dell’armadio in ogni cameretta era la succursale proibita dell’edicola in centro. Sukia e Zora la vampira non si allontanavano mai. Pronte a farsi conquistare da un goffo, acneico adolescente in piedi su una sedia.

venerdì 13 dicembre 2013

Cavalcare la tigre


I formidabili Sessanta erano nati da poco. Il clima della ricostruzione era svanito e in Italia c’era aria di boom. Ottimismo e voglia di futuro circolavano per le vie di uno Stivale sgombro da paranoie. Nel 1961 Julius Evola, artista, giornalista e filosofo della tradizione dava alle stampe un volume che andava in tutt’altra direzione. Cavalcare la tigre, che certificava il ritorno del filosofo sulle posizioni degli anni Venti: quasi un individualismo superomistico che maritava Nietzsche con taluni significati “superiori”. Ma il senso di quelle pagine stampate da Vanni Scheiwiller andava anche oltre. C’era stata la sconfitta delle idee che Evola ipotizzava potessero salvare l’Europa dall’inferno del kali yuga. E c’era il fatto che Evola fosse uscito dalla seconda guerra mondiale menomato anche nel fisico, con una lesione al midollo spinale che gli bloccherà per sempre gli arti inferiori. Nel dopoguerra c’era stato perfino il carcere di Regina Coeli per gli attentati di “Legione Nera”. Giudicato come il padrino dei giovani rivoluzionari, Evola si salverà da una condanna in secondo grado solo grazie all’amnistia del 1953. Cavalcare la tigre è figlio di un clima ostile, inutile nasconderlo. È un libro pensato esclusivamente per un’elite meritevole, secondo il filosofo, di vera libertà, ma naturalmente è anche un saggio fortemente pessimista. Da ciò probabilmente le diverse interpretazioni alle quali è stato sottoposto. Da destra e da sinistra. Interpretazioni riassunte da Gianfranco de Turris nella prefazione al recente Cinquant’anni di Cavalcare la tigre (1961-2011) edito da Controcorrente, che contiene gli atti del convegno del novembre 2011 organizzato per il mezzo secolo del libro. Quattro i relatori dell’incontro tenutosi a Roma presso l’Accademia di Romania. Punti di vista diversi, qui non in contrasto tra loro. Per Marcello Veneziani, il libro è un «manuale di sopravvivenza metapolitica per chi dissente dal proprio tempo». Per Gennaro Malgieri, Evola al pari di Jünger ipotizza «quella figura di Anarca destinato a convivere con la morte di Dio senza sottomettersi ad essa». Per il filosofo Giandomenico Casalino la dottrina spirituale di cui tratta Evola è «la Filosofia medesima, nel suo autentico significato che è quello platonico-ermetico cioè iniziatico-sapienziale». Infine l’interevento di Andrea Scarabelli, direttore del periodico Antares, svela i contenuti del carteggio Evola-Scheiwiller custodito presso il fondo Apice dell’università di Milano.

giovedì 22 agosto 2013

L’importanza di chiamarsi Nesto


Tre personaggi. Il Brujo, lo stregone – ricordate le atmosfere dell’Amor brujo di Manuel de Falla? – barbone uruguayano di nascita ma di sangue europeo, orbo da un occhio vive tra animali improbabili in Ecuador, vendendo erbe medicinali ed esibendo una magia casareccia. Sauro italiano in Ecuador che campa traducendo sottotitoli per la tivù e che non ha i soldi per tornare in patria. Martina ricercatrice italiana trasferitasi in Spagna ma momentaneamente in Ecuador. Lei è determinata e sa quel che vuole, l’altro alterna sciocchezze e rare genialità. Il vecchio ha un passato da romanzo che va raccontato. Tre personaggi che si incontrano nel sud del Nuovo Mondo perché naturalmente è il destino a volere così. Lo stesso destino che ha guidato la mano di Stefano Marelli, giornalista ed ex benzinaio, a scrivere questo bel romanzo, Altre stelle uruguayane edito da Rubbettino e vincitore del premio “Parole nel vento” 2012.
Il Brujo in realtà si chiama Prudencio Picassent ma per tre quarti del libro ha un altro nome. Un nome che sarà la sua fortuna ma anche la sua dannazione: Nesto Bordesante. Perché, lo spiegherà in alcune serate d’inizio estate ai due giovani che nel frattempo hanno fatto all’amore e continueranno a vedersi anche dopo. Dopo che il vecchio avrà terminato di raccontare la storia, dopo che il romanzo di Marelli si sarà concluso con l’ennesimo colpo di scena.
Chi è Prudencio Picassent? Una vittima? Un furbacchione? Impossibile sintetizzare un’esistenza iniziata nel 1909 e proseguita a lungo in mille modi diversi (la data degli avvenimenti del romanzo è 1992). Allora cambiamo registro: Picassent è un ex calciatore, poi allenatore, davvero bravo. Anche Bordesante, di origini italiane, è un calciatore ed è più bravo di lui. Nei primi decenni del secolo la celeste cioè la nazionale di calcio uruguayana è una delle squadre più forti al mondo, forse davvero la più forte. Una sirena che attira talenti e attenzioni. Tanto per rendere l’idea vince la Coppa America nel 1916, nel 1917, nel 1920, nel 1923, nel 1924, nel 1926 e nel 1935. le Olimpiadi nel 1924 e nel 1928 e il Campionato del mondo nel 1930. I due calciatori si sono conosciuti in orfanotrofio a Montevideo e sono diventati amici per la pelle. Già, ma per la pelle degli altri. Dal 1920 lavorano come tuttofare presso uno stabilimento di refrigerazione carne – insomma: spalano la merda dei maiali – ed è qui che accade il patatrac. Nesto uccide un uomo e Prudencio diventa complice aiutandolo a nascondere il cadavere. Divenute grandi promesse i due ragazzi attirano l’attenzione dei club argentini di Buenos Aires. Prudencio è destinato a una squadra di seconda categoria e Nesto al mitico Boca Juniors. Ma è a questo punto che Prudencio diventa Nesto, tira fuori la cambialetta che l’amico gli ha firmato ai tempi dell’omicidio e decide di presentarsi – da perfetto sconosciuto, naturalmente – ai dirigenti del Boca. È un furto d’identità e contemporaneamente la prima grande sfida lanciata a chi governa le cose dell’umana natura.
Che fine faranno i due campioni? Una pessima fine il vero Nesto, l’altro invece diventerà ricco e famoso prima in Argentina poi nell’Italia fascista in cerca di oriundi: come “centurione del duce” nella squadra della Capitale. Una squadretta farsa messa in piedi dai gerarchi per contrastare lo strapotere delle formazioni del nord. Una squadretta che andrà avanti grazie ai favori e alla protezioni dall’alto. A questo punto Prudencio-Nesto si giocherà tutto, barattando il proprio talento con una vita comoda fatta di cinema, casinò, prostitute e tantissimi soldi. Finirà la carriera nel 1940 alla vigilia dell’entrata in guerra dell’Italia. Basta? Per niente. La sorte ha voltato le spalle a lui e a qualche milione di italiani. Dopo il 25 luglio e l’8 settembre si comincerà di nuovo. Anzi: è forza che si scontino i peccati. Tra i maggiori quelli di aver conosciuto Mussolini ed esser stati pupilli del regime. Più che l’importanza di chiamarsi Nesto, diremmo la sfortuna di continuare ad esserlo. Dunque? Altro giro altra corsa, stavolta al nord a Brumaspessa. Ma qui Prudencio-Nesto dimostrerà il proprio valore, come allenatore. Ah se non fosse per quel presidente, astuto e un po’ troppo geloso della figlia sedicenne. Finale: Prudencio ritornerà, anzi scapperà, in Uruguay: braccato. È il 1949. Una vita sopra le righe non può non continuare da nomade, senza vero nome né indirizzo preciso. Manca soltanto una cosa: il saluto del pubblico. Meritatissimo. 
Il romanzo, potente come un piccolo maremoto, si conclude con una bellissima uscita di scena del Brujo. Quella che non aveva avuto né da calciatore né da allenatore, l’avrà a ottant’anni e passa. Da star del fùtbol. Perché la vita è piena di sorprese, figuriamoci la morte. Non ci credete? Parola di una ex ala destra: «Il Brujo se ne stava in mezzo al campo. E la folla aveva occhi solo per lui. L’elicottero si alzò. Com’è che aveva detto, quella volta? Como un torero que salga por la puerta grande. Beh, più o meno». Mai dubitare di uno stregone, insomma.

lunedì 5 agosto 2013

Blue Jasmine


Ci avviciniamo all’autunno e all’uscita del nuovo film di Woody Allen. Si intitolerà “Blue Jasmine” e i protagonisti saranno Cate Blanchett e Alec Baldwin. Una donna in grave crisi dopo i tradimenti e i disastri finanziari del marito. Lei sarà l’ennesima bionda alla corte del newyorkese, lui è stato uno dei protagonisti più convincenti di uno degli episodi di “To Rome with love” cioè del penultimo film.
“Blue Jasmine” è una storia che si sviluppa tra New York e San Francisco, cioè tra le due coste degli Stati Uniti. Proprio come ai tempi di “Io e Annie” – tra New York e Los Angeles – che resta una prova insuperabile di Allen ed è tra l’altro vincitore di quattro premi Oscar. “Io e Annie”, è assolutamente noto agli alleniani, è una pellicola che trasformò il cinema dell’ex battutista e comico del “Blue Angel”; fino a quel momento interessato esclusivamente a far ridere il pubblico e da lì in poi legato alla narrazione delle vicende umane, sofferenze comprese. Il film ebbe il grande Gordon Willis come direttore della fotografia (“Interiors”, “Manhattan”, “La Rosa purpurea del Cairo”), già dietro la macchina da presa per i primi due episodi del “Padrino” di Coppola e successivamente anche per il terzo.
Il nuovo film di Woody è già uscito in America e pare stia andando benissimo. Addirittura meglio di “Midnight in Paris” una delle perle dell’ultima produzione. Il film che narra degli incontri misteriosi di un giovane scrittore americano, a Parigi con la famiglia della fidanzata (Owen Wilson e Rachel McAdams), che si imbatte così per pura magia nei protagonisti della cultura degli anni Venti, Hemingway, Scott Fitzgerald, Cole Porter, Picasso e i surrealisti, e poi in quella della Belle Époque. Incontri che naturalmente gli cambieranno la vita. Il film aveva incassato solo negli Usa sessanta milioni di dollari, sorprendendo un po’ tutti dato che i rapporti tra Woody e l’America erano sempre stati altalenanti, e tutt’altro che buoni nell’ultimo periodo. Alla fine degli anni Novanta in molti lo davano addirittura per finito. Anche “To Rome with love” non è andato malissimo in America, mentre da noi è piaciuto poco, soprattutto ai critici improvvisati e non. Sicuramente ci si aspettava qualcosa di più e di diverso dall’episodio con Roberto Benigni, comunque è certo che quel film è un autentico atto d’amore per gli italiani e l’italianità sempre in bilico tra genialità artistica e cialtronaggine. 
Vedremo dunque tra qualche mese questo ennesimo episodio della vita d’artista di Woody Allen. Lentamente ci avviciniamo ai cinquanta film come regista e sceneggiatore. Incominciò con “Che fai rubi?” del 1966, ma soprattutto con “Prendi i soldi e scappa” del 1969. Le tappe essenziali della sua carriera sono tante, e si potrebbe andare per gusti. Personalmente consiglierei oltre “Io e Annie” (1977), almeno “Manhattan” (1979), “Hannah e le sue sorelle” (1986), “Un’altra donna” (1988), “Crimini e misfatti” (1989), Harry a pezzi (1997) e “Hollywood Ending” (2002). Quest’ultimo – ambientato nell’una e nell’altra delle coste americane – solo perché, sul finire, contiene una delle più belle battute di Woody. Cito a memoria: «Qui sono un idiota [riferendosi agli Stati Uniti], ma lì sono un genio [riferendosi alla Francia]». Ecco, “Blue Jasmine” potrebbe essere anche questo: la rivincita definitiva del grande regista newyorkese sui testoni e sui nemici di lungo corso.

venerdì 19 luglio 2013

Le destre di Gabriele Turi


Volentieri classifico il libro di Gabriele Turi (La cultura delle destre. Alla ricerca dell'egemonia culturale in Italia, Bollati Boringhieri), l’ennesima pallosa ricognizione in un mondo che si conosce da lungi. La masticazione e la rimasticazione di letture e conferenze di venti anni fa. Vada per i nemici maggiori dei nostri tempi – di “destra” direbbe Turi, anche se eccettuato Berlusconi-il mostro è difficile capire cos’è –, cioè l’individualismo sfrenato e la dittatura del mercato, ma la mia idea di (presunta) supremazia della destra in Italia oggi è quanto di più lontano ci possa essere da quella del professore di Firenze.
Primo: la destra non ha una cultura se la intendiamo come elemento unificante finanche nel lessico. Dire che alla base della cultura della destra c’è una concezione spirituale della vita non ha alcun senso se non si chiariscono:
a) il fondamento della spiritualità e i propositi dell’asceta;    
b) il nesso tra spiritualità e relazioni quotidiane. Idem per le istanze antimoderne.
Secondo: la destra non è destra perché essa stessa – cioè i referenti culturali che più degli altri ne hanno giustificato l’esistenza – non ha mai capito cosa in realtà fosse. E conseguentemente come potesse essere egemone. Neanche Turi prova a spiegare cos’è, o meglio: non la spiega in base a elementi propri, culturali o spirituali, qualunque essi siano, ma in base a un’elementare, forse troppo, osservazione dei fatti. C’è una sinistra e c’è una destra, così come in qualsiasi partita c’è un bianco e c’è un nero. Ci siamo noi con le nostre ragioni e ci sono gli altri coi loro torti. Amen. Dopo anni di retroguardia, questa cultura ce la ritroviamo bella e pronta dalla metà dei Novanta con la nascita del berlusconismo. Negli Ottanta si è consumata la crisi della sinistra e con essa è morta la “passione politica”: oggi c’è chi ama ripetere ancora la formuletta della “passione” ma più per convincere se stesso che gli altri. Quella di destra è una cultura politica populista, dominata dal volere del capo, non democratica se non antidemocratica e antipartitica. Antistatalista (antistatalista la “destra” neofascista?). La sua fede è l’eclettismo in nome di una generica cultura nazionale che risale al periodo fascista, il suo nemico il comunismo anche se per Turi è fulmineamente passato a miglior vita subito dopo caduta del Muro di Berlino. Uno dei capi d’accusa utilizzati dal docente di storia contemporanea contro la “destra” è proprio quel tentativo di spoliticizzare la storia e di mandare a quasi settant’anni dalla fine della guerra tutti colpevoli o tutti assolti. Tutti appunto. Senza particolari distinzioni annegando nel genus “guerra civile” qualunque distinzione tra buoni e cattivi. Distinzione non morale ma politica, ovviamente. O forse no.
Diceva più o meno la stessa cosa – questa sì che è una cultura! – un professore della sinistra siciliana il cui nome ai più non direbbe nulla. Alla fine di una conferenza tenutasi qualche giorno fa sui settant’anni dallo sbarco degli alleati in Sicilia (10 luglio 1943). I buoni erano loro (loro chi? se in quella università buona parte dei docenti discende da gerarchi…), che alla fine della guerra perdonarono i cattivi. Magari però, i preti del “triangolo della morte” non sono mai stati qui a raccontarlo, né è stato qui Giovanni Gentile. Se avessero vinto i cattivi invece, la penisola sarebbe diventata un immenso campo di concentramento: tipo la Cina comunista, tanto per dire. Insomma ai tentativi della “destra” di spoliticizzare la storia, buttandola in cultura: Gentile e Bottai, non fascisti ma grandi italiani, Mussolini patriota costretto dagli eventi a decisioni estreme, segue una reazione uguale e contraria da parte della sinistra ex comunista o comunista, che prova e riprova a immergere il secchio nel pozzo del bene e del male. Da qui la questione non tanto dell’egemonia culturale della sinistra, non entro in discussioni che hanno dell’assurdo, quanto della sua superiorità morale, compresa quella dei comunisti (criminali o meno); per cui in fondo loro stavano dalla parte dei deboli, dalla parte del progresso, auspicavano la fine positiva della storia, eccetera. Discorsoni che a giorni alterni facevano a pugni con la prassi politica. Soprattutto se entrava in questione il sostantivo libertà. Sostantivo che agli ex comunisti – non meno che agli ex fascisti – ha sempre fatto un certo effetto.   
Ma ritorniamo a Turi. A lui sta a cuore la noiosissima questione del revisionismo. E qui lo storico fa un passo avanti. La questione suona più o meno così. C’è un uso come dire guareschiano della politica per cui la si acchiappa per i capelli alla bisogna. I destrini depoliticizzano il fascismo, cioè non dicono mai che si trattò di una dittatura spietata e illiberale che varò le leggi razziali, che mandò al confino fior di intellettuali che, soprattutto al sud, non permise ad ampie regioni di modernizzarsi e che bloccò l’avanzata del movimento operaio. Poi però accusano gli avversari di fare un uso politico della storia, di continuare a reiterare la condanna del passato; continuano a piangersi addosso (sport preferito da certa destra) dicendo che la sinistra egemone non ha mai legittimato la destra in ragione di quel che avvenne a partire dai Venti. Insomma la destra è patriottica se pensa al fascismo, ma sulla difensiva per tutto il resto. Conseguenze: essa stessa non riesce ad allontanare i fantasmi del fascismo, tirato in ballo ad ogni occasione come linea di confine, ma questa stessa linea di confine la destra vorrebbe abbattere in nome di una non ben identificata «pacificazione». Da un lato siamo fascisti, ma dall’altro non lo siamo, o forse lo siamo tutti. Se ci si pensa, è la linea del Movimento sociale degli anni Cinquanta. L’Italia prima era tutta fascista, poi per convenienze (di pochi), tradimenti vari e sconfitte sul campo non lo è più stata. La pacificazione serve a ricompattare gli italiani non nel campo dell’antifascismo, ma in quello del fascismo. Così la pensavano i missini quasi settant’anni fa. Ci sono dinosauri che la pensano così anche adesso? Spero sia solo frutto di una stupida coazione a ripetere. Ma Turi ne azzecca poche ugualmente. Quella che lui pensa sia “destra” o meglio “destre”, dal titolo, in realtà è un groviglio di fili di lana di infiniti colori. Cita ma non approfondisce. Per la maggior parte si tratta di gruppi che mollano sciocchezze a uso babbei, solo cretinate di chi vorrebbe sovrapporre alla storia del pensiero politico – da Machiavelli in poi, passando per il giusnaturalismo moderno, il liberalismo e i socialismi – “La Divina commedia” o “Il Signore degli anelli” di Tolkien più qualche romanzuccio o memoriale di questo o quell’artista, fascistizzatosi più per umore che per convinzione. Una specie di repubblica dei poeti o dei letterati che parte dal nulla e al nulla porterebbe (come in molti sanno, ma presi da un infantile anticonformismo stentano a rivelare a se stessi). Venti? Trenta? Saranno trent’anni che leggo frasi del tipo: il complotto giudaico, o giudaico massonico o plutocratico o vattelappesca ha per fine la creazione di un’umanità sfaldata, che non vive ma vegeta, priva di personalità. Di una massa di senza volto pronta a obbedire ai propri burattinai come una pecora al cane da pastore. Ecco: più che l’esito del “complotto” delle forze sovversive sembra il perfetto identikit del militante di destra. 
Un collega defunto di Turi, Santi Correnti sicilianista a più non posso: uno di quelli per cui la Sicilia era come l’Italia per Mino Reitano, nel 1977 scrisse un libello contro Leonardo Sciascia. Come molti sapranno Sciascia non le mandava a dire né alla Sicilia né ai siciliani. Ebbene: Correnti per confutare le “tesi” sciasciane (non entro né nella confutazione né nella presunte “tesi”) che la Sicilia non avesse una cultura, anzi peggio: che i siciliani fossero pazzi e cretini, riempì la pagina di un libro con un’elencazione di nomi di intellettuali e scrittori siciliani da Pirandello e Verga in poi. Naturalmente, non so se Turi ne converrà, un’elencazione a freddo di nomi non significa nulla (come se a sinistra fossero tutti geni perché hanno letto Marx e Gramsci). La Sicilia è un (non)luogo invivibile, è una regione povera, ferma alla cultura del rudere, priva di una moderna cultura (diritti compresi). Ebbene, non basta affermare che a “destra”, anche se in pochi sanno cos’è, si collocano Celine, Pound, Marinetti e tanti altri (vedi elenchi di Giovanni Raboni e Marcello Veneziani) e che sono i punti di riferimento di un gruppo numeroso di studiosi e curiosi che invadono il web e poche accademie; anche perché se il loro punto di riferimento si chiama Berlusconi e gli amministratori si chiamano Storace, Cuffaro, Polverini, Formigoni e qui mi fermo, non si capisce cosa c’entrino il Futurismo o il Vorticismo. Insomma: forse la sinistra o meglio il comunismo non sarà stato egemone in Italia, anche se ci ha provato, ma di certo non lo è stata la “destra”. O se lo è stata – in nome dell’assurdo – non ha votato Berlusconi grazie ai professori o alle riviste web, ma perché non voleva pagare le tasse, perché teme e temeva le forze illiberali e perché la parte avversa da almeno vent’anni non è riuscita a governare se stessa, figuriamoci un paese di sessanta milioni di anime e tutto sommato ricco. La questione del revisionismo in una repubblica libera e incorrotta sarebbe una non questione, al più materia per terza pagine di quotidiano. Ma conviene prendersela con gli storici poco onesti (cioè quelli di “destra” o giù di lì) e con i tentativi egemonici di due o tre gruppettini di precari, che con i vertici della propria parte politica del tutto incapace di guardare oltre il posto fisso e il seggio in Parlamento.
Giovanni Gentile, filosofo del fascismo, al contrario di quel che pensa Turi non è affatto il riferimento massimo di una destra egemonica, ma un intellettuale a cui si dedica qualche convegno e sul quale si scrivono una manciata di libri. Punto e basta. Simbolo di una resistenza che ha qualche scheletro nell’armadio (ma chi scambia la storia per guerra di religione non lo capirà mai!). Forse era qualcosa di più nei Settanta quando i fasci lo contrapponevano a Julius Evola personaggio grazie al quale è più facile scrivere romanzi alla Susanna Tamaro che metterci su un regno o una nuova “Comune”, stavolta romana. D’altra parte, ha scritto Paolo Simoncelli, anche la condanna di Gentile, il cui antirazzismo non convince Turi, servirebbe a coprire altri silenzi: in primo luogo sulla questione razziale. Anzi più che silenzi vere e proprie prese di posizione, come quelle – cito da un articolo su “Storia in rete” del maggio scorso – di Luigi Firpo, Giovanni Spadolini, Gabriele De Rosa, Guido Piovene e Giorgio Bocca. Ma proprio dagli scritti di “Storia in rete” per Turi sarebbe opportuno prendere le distanze. Si è sovente giustificata la netta presa di posizione (n-e-t-t-a) contro gli ebrei con la giovane età. Facendo torto a quanti anche a sedici o a diciassette anni sfidarono le ire di questo o quel gerarchetto ostentando una chiara fede antifascista. Chissenefrega se chi si schierò col duce o si disse favorevole alle leggi razziali aveva appena diciotto anni. Valga per chiunque naturalmente.     
La circostanza stessa poi che scorrendo l’indice dei nomi non figuri Tolkien, protagonista assoluto dell’immaginario della destra giovanile da almeno trent’anni, è davvero significativa. Turi non conosce a sufficienza quel mondo di cui scrive (non è ironia: forse è un bene) e impazzisce dalla voglia di buttarla lui in politica (ma come dargli torto). D'altra parte mettere assieme qualche conferenza con nomi prestigiosi – da Marcello Pera a Sergio Romano – una successione di nomi a capo di questa o quell’istituzione – Turi vorrebbe per caso inibirne l’attività, peraltro tutt’altro che determinante per le sorti della repubblica? – e una serie di pubblicazioni il cui rapporto lettore/autore è pressoché 1:1 (insomma non se le leggono manco le fidanzate o mogli degli autori), non serve a molto. Basterebbe visitare una decina di siti web o consultare quotidiani e periodici. Ne verrebbe fuori un elenco aperto a qualsiasi manipolazione. Chi non ne sarebbe capace? Altro problema legato al revisionismo: la questione dei libri di testo, della storia del Novecento unito al tentativo grossolano delle «destre» di metter bocca sul contenuto dei volumi, perché a loro dire privi della dovuta obiettività. Caso esemplare quello delle foibe. Il cavallo di battaglia delle «destre» da svariati anni a questa parte. Ma qui non posso dar torto a Turi. Quale rimedio proporre? Quello delle verità storiche di stato; un rimedio uguale e contrario alle finte o parziali verità che si vorrebbero sepolte dalle macerie del Muro di Berlino? Quello delle commissioni di controllo e di rettifica? Un governo liberale – se lo è – non obbliga a una sola verità, ma al contrario al pluralismo delle opinioni: l’una di fronte all’altra, l’una di fianco all’altra. La “verità” storica è frutto di una sintesi di esiti parziali non di una censura sulle analisi. Provino a studiare di più e meglio, provino a dare ai giovani mezzi per le ricerche, questi uomini di destra – rozzi e ignoranti, se non violenti – invece di spararla grossa e poi piangersi addosso perché mammina e papino hanno detto no. Pensino questi uomini a quello che ha rappresentato Gramsci per la cultura italiana e offrano spazio a chi lo cerca. Agli studiosi validi e responsabili. Esiste a destra un problema fondazioni o periodici? Turi lascerebbe intendere di sì. E sarebbero queste le armi principali della destra egemonica? Pensa te. Fondazioni che nascono e muoiono nel giro di due o tre stagioni, la cui dinamicità preoccupa solo l’autore; periodici liberal-conservatori snobbati dalle università, distribuiti in un quinto delle regioni italiane, acquistati in un decimo e letti in un ventesimo. Riviste di storia militare con tirature da barzelletta. Bla bla bla dilettanteschi di nazionalrivoluzionari di mezza età con moglie oziosa, posto fisso e seconda occupazione. Intellettuali cattolici che organizzano conferenze sul cattolicesimo (una novità assoluta, dunque). Qui il vero problema è la scarsa conoscenza del passato della “destra” da parte di Turi. A destra fin dalle origini è sempre esistita una vocazione giornalistico-culturale. Nel 1981 Umberto Di Meglio pubblicava su “Rivista di studi corporativi”, n. 5-6, lo studio “Il ruolo della stampa nella nascita del Msi”. Per l’autore alla base della nascita del Movimento Sociale c’era stato un grande dibattito giornalistico. E stia tranquillo il professore fiorentino che nessuno di quei fascisti avrebbe fatto proprio il motto “uno per tutti e tutti per uno”. Anche allora la “destra” era egemone? Non era obiettivamente presto?    
Ma il chiodo fisso di Turi sono i simboli della cristianità. Il professore si sofferma a lungo sulle questioni giuridiche relative alla presenza o meno del crocifisso nei luoghi pubblici. Sfiorando più volte l’annosa questione delle relazioni tra civiltà occidentale intesa come tradizione e cristianesimo. Naturalmente la sua vorrebbe essere una battaglia sulla laicità dello stato. Battaglia alla quale mi associo volentieri, lo dico da ateo e da posizione comtiana (lo chiamerò il superamento di una certa polemica). Ma Turi ha il difetto di prenderla troppo sul serio, seppure il cattolicesimo con ovvie velleità politiche sia un fenomeno preoccupante. E non da adesso. «Il dibattito sulla presenza del simbolo religioso nelle scuole resta comunque quello più rilevante, in quanto tocca il nervo particolarmente sensibile dell’educazione dei giovani, con evidenti conseguenze sull’assetto e sull’orientamento della società civile». Ora, sarebbe bene che Turi sapesse che nella scuole cattoliche – o meglio: scuole per ricchi, e beati loro! – l’insegnamento della religione o le pratiche religiose non sono armi potentissime al servizio della reazione. Alla reazione (di destra, di sinistra, del nord, del sud e chi più ne ha più ne metta) bastano e avanzano i conti in banca. D'altra parte chiunque sarebbe sconcertato nell’apprendere che gli studenti che trascorrono anni e anni all’interno di quegli istituti nulla sanno della Bibbia, dei Vangeli e dei temi religiosi più diffusi. Quel cristianesimo nulla ha di sacro o molto più banalmente di sincero. È elemento sovrastrutturale di una borghesia che ha affidato all’altissimo l’esercizio di una non ben precisata giustizia, sicura ieri come oggi di non essere delusa da un piano segreto anch’esso non ben precisato. Una cristianesimo mordi e fuggi ad uso e consumo del cosiddetto credente e del suo conto in banca. Turi non sbaglia dunque quando scrive di un cristianesimo senza Cristo, di un cristianesimo politico. Ma aggiungo che si tratta di un cristianesimo che fa volentieri a meno anche dell’altro da sé. Che stenta a umanizzarsi come da un altro versante il colto cattolicesimo – tutto paroloni e citazioni – dei molto onorevoli maestri di Dio. Di questi ultimi orgogliosamente fuori dalla realtà e delle loro prediche insopportabili, non mi preoccuperei affatto. 
Infine le case editrici. Turi ne cita alcune come si trattasse di Einaudi o del gruppo Rizzoli, e cita un numero non esiguo di autori – giornalisti o accademici, peraltro bravi e preparati come Giuseppe Parlato – quasi fossero E. L. James o J. K. Rowling. Felice di sapere che contrariamente a quanto si è sempre sostenuto – io stesso l’ho scritto più volte – gli uomini di “destra”, hanno gusti raffinati, sono esigenti e naturalmente leggono molto. Un gruppo editoriale come “Il Cerchio” di Adolfo Morganti (sanfedista e antirisorgimentale) e un professore molto polemico come Franco Cardini – ipercritico verso la cultura americana – che qualche anno fa si presentò alle elezioni comunali di Firenze raccogliendo il 4.5 % dei voti, peraltro lontanissimo da certi ambienti della “destra culturale” e molto apprezzato a sinistra, sarebbero pilastri di un’egemonia che solo Turi riesce a vedere. Un secondo gruppo editoriale come quello dell’amico Marco Solfanelli citato anch’esso, non di Roma ma di Chieti, che stampa ottimi volumi – dai Beatles a Luigi Tenco, dai fumetti ai temi sociologici e politici, fascisti o mussolinisti – non può certo essere accusato di egemonizzare il mercato e le menti. Lui stesso e i suoi autori ne riderebbero a crepapelle. «Il fatto che queste iniziative siano poco conosciute presso l’opinione pubblica non significa sottovalutarne l’importanza», chiosa Turi. D’accordo, da oggi in poi non sottovaluteremo nulla, ma non ho ben capito quali iniziative adottare per arginare la cosiddetta valanga nera. Scendere in piazza per la chiusura delle proposte editoriali? Una semplice, facile e comoda demonizzazione?